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sabato 5 maggio 2018

Black Hammer: una vera e propria martellata nera sui maroni.





Alla fine della lettura del primo volume dopo aver letto la post fazione dello stesso Lemire, ho realizzato che io e l’autore eravamo dello stesso avviso: nella sua idea originale questo Black Hammer era una sorta di omaggio ai supereroi, da parte di un autore scritto in un punto della sua carriera in cui pensava che non avrebbe mai scritto per le major statunitensi.
Diciamo subito cosa è Black Hammer:
È un derivativo, riconducibile cioè a quel filone di storie e serie che scimmiottano, anche se tutti dicono omaggiano, i seriali americani originali, ibridandoli con altre correnti.
Mi spiego meglio: prendete The Boys di Garth Ennis, è un derivativo, e fonde il genere dei mutandoni con il gore e lo stile grottesco ed irriverente tipico dell’autore scozzese. 
Black Hammer per stessa ammissione del prolifico autore, fonde il genere dei supereroi con quello del fumetto underground, qualsiasi cosa voglia dire.
Come se condire le calzamaglie di tinte da soap opera desse un taglio underground alla tua serie. 
Per me che ormai seguo poco il fumetto, (tanto è fermo non va da nessuna parte), e sono rimasto a Spiegelman, realizzare che oggi per indie ed underground si intende trattare temi amorosi che manco Quando si ama o un shojo manga qualsiasi... confesso mi ha spiazzato alquanto.
Come The Boys, Black Hammer, ahimè non brilla per la sua originalità, togliete le pagine in cui passate il tempo ad indovinare chi si ispira a chi, e cosa si ispira a cosa, resta una storia molto pretenziosa condita da dialoghi alla vertigo e situazioni volutamente spinte ai limiti.
Prendete Barbalien, il Martian Manhunter di Lemire, perché dovrebbe essere gay?
Non confondete i toni, nulla contro il tema dell’omosessualità, anzi ormai è così inflazionato, che il vero anticonformismo è non scriverne, ma se vuoi scrivere di un omosessuale, beh forse dovresti prima valutare se sai effettivamente caratterizzare un personaggio omosessuale, e Barbalien diciamocelo è un gay marziano che vive di equivoci, li subisce, almeno due volte, con lo sbirro ed il prete, e li rifila, alla povera Gail, intrappolata nel corpo di una super bambina, che pensava di essere corrisposta, mentre si confidano sul tetto della fattoria manco fossimo in una puntata di Dawson’s Creek.
Ma poi la povera Gail ossia Golden Girl ossia Marvel Girl ossia Kid Miracleman, non era innamorata della sua nemesi Sherlock Frankenstein o una cosa del genere?
Ecco l’altro problema di Black Hammer, quel che resta della trama, non solo è poca roba, ma è pure disfunzionale, più della famiglia in calzamaglia di cui si parla in quarta di copertina, forse Black Hammer preso a dosi di 20 pagine mensilmente, nell’edizione originaria, può anche strappare qualche sorriso, ma letta di botto in volume, beh non fai che vederne  tutti i limiti, la superficialità  che evidenzia la fisiologica inesperienza di uno scrittore catapultato troppo in fretta nell’Olimpo degli autori affermati grazie al web deesagyo.
Talky Walky l’immancabile robot senziente del gruppo, continua a spedire sonde in orbita alla ricerca di un passaggio di ritorno verso la dimensione originaria dello sfortunato gruppo di super esseri, e quando una di questa finalmente riesce a tornare sulla terra, l’esercito, la NASA il governo, il sindaco, il presidente o chi volete voi non trova di meglio che infilare in una navetta la povera figlia del Black Hammer sparito dieci anni prima insieme a tutta la banda mentre sconfiggevano l’Anti Dio?
Una giornalista nello spazio. 
Qualcuno gli dica che oggi i fumetti li leggono i trentenni, e che sono ormai passati i tempi in cui li leggevano i dodicenni negli anni ‘50 a cui andava bene persino il mensile sulle avventure di Lois Lane.
In un mondo in cui il lettore è così smaliziato, Lemire propina una trama sempliciotta che potreste tranquillamente trovare in uno di quei forum dove i lettori si improvvisano autori e scrivono arc ipotetici per i loro eroi preferiti.
Ed il livello amatoriale è anche quello delle illustrazioni, sembra che il perfido Jeff, quando  decide di risparmiarci copiose emorragie dai bulbi oculari con le sue illustrazioni, arruoli gente che disegna come lui, ( peggio è impossibile), questo Ormston, ha un tratto così sporco, a volte così disarmonico altre così dozzinale che ricorda un po’ il primo Giffen, ma con la mano distrutta da una mina anticarro. 
Se dovessi riassumere questi primi due volumi (costo totale 40€ circa) direi che il tutto sa di vecchio e di già visto, milioni e milioni di volte, l’unica nota deliziosa del tutto, è l’Intermezzo di Rubin, le sue tavole fanno lo stesso effetto dello Zoloft su un depresso che ha avuto una giornata di merda. 
Ti rende Euforico.
Il resto se non è noia è qualcosa che ci va terribilmente vicino.
D’altronde Black Hammer come scrive lo stesso Lemire era un progetto indie di un giovane autore che mai avrebbe pensato di finire sul libro paga delle due major di fumetti più famose di sempre, accantonato quando hanno cominciato ad arrivare i big money, e riesumato nel momento opportuno, ossia  durante il suo periodo di massimo successo, nulla di strano che la Dark Horse abbia finanziato il tutto, in un momento di mercato in cui il nome di un autore ha lo stesso valore del brand sulla maglietta come status, Lemire era garanzia di vendite e pertanto andava pubblicato.
Vien da chiedersi quelli di “nerdist” cosa hanno letto finora se “ la serie è uno degli universi  supereroistici più interessanti di questa epoca, al tempo stesso omaggio e rivisitazione” cito le marchette in quarta di copertina, di certo non hanno mai aperto una sola pagina di Tom Strong o Supreme del sommo, perché per chiudere, anche la sottocategoria del derivativo ha dei capisaldi e chi vi dice che Black Hammer ha i numeri per diventarlo non lo ha letto veramente, o mente a voi e a se stesso.
Black Hammer è pura e semplice lettura di evasione, non impegnativa e con fin troppi deja vu.
Se cercate una pausa dalla quotidianità è una lettura che scivola senza inerzia e fatica, e vi rapisce giusto il tempo che gli dedicate, se volete qualcosa di più, qualcosa che vi rapisca davvero, e vi si insinui in testa come un rumore di fondo, che vi lasci con la curiosità e la voglia di volerne e saperne di più, beh investite assolutamente in altro. 
Letti in due giorni in molto meno di un’ora, per me Black Hammer è una spesa che non val la pena di fare, (è un prestito di un caro amico) ma conta molto cosa chiedete e volete soggettivamente da una lettura voi oggi. 
Quale che sia la data di uscita del terzo tomo, nel mio caso,  dubito mi strapperò i capelli nell’attesa (anche perché ne ho sempre meno) e ancor meno dubito che il dramma di campagna di questi omaggi alle icone in calzamaglia americane mi resti in testa più tempo del dovuto.
Una rilettura di questo coso è pura fantascienza.
Al solito mi ritrovo con un opinione diametralmente opposta al web nostrano riguardo una serie che raccoglie consensi un po’ ovunque,  resta da vedere se nel terzo tomo il buon lemire esaurita la parte in cui fornisce ai lettori i flashback sul
passato dei suoi omaggi a capitan Marvel e co. Si dedichi di più a fornire dettagli sull’anonima cittadiba che fa da prigione al poco singolare sestetto in calzamaglia, sperando che almeno in quel contesto si sforzi di essere originale, visto che anche Rockwood per ora non e che brilli di luce propria come plot narrativo. 
Insomma anche se non mi pronuncio oltre,  nel leggere alcuni passaggi con protagonisti la maghella dark Dragonfly, omaggio ai cicli di storie post supereroi che presero piede in America nel dopoguerra, tipo Tales from the Crypt, o il colonnello Weird (una via di mezzo tra Dan Dare, Adam Strange, Captain Comet barra Marvel e chissà cos’altro) prigioniero del flusso temporale ciclico della, sigh, parazona, l’unica curiosità vera che mi ha lasciato sta serie sia di vedere se l’autore volge al termine con un finale da metafumetto esistenzialista di un imbarazzo tale, da far rimpiangere i teatrini di Deadpool.
Sempre se la serie abbia una fine, dicono che per ora il successo sia tale da permettere una linea di spin-off ispirati ai singoli personaggi:
Non che faccia una piega, d’altronde visto che oggi come oggi se vuoi qualcosa che somigli vagamente a capitan America devi andare al cinema Disney, visto che in casa Marvel il vecchio Steve è vittima di riscrizioni ogni 6-12 numeri, ultimamente credo sia stato persino Nazista, subito prima un nero, è normale che la gente voglia più storie su Abraham Slam.
Decisamente oltre le mie corde, 40€ sono veramente troppi per due tomi di questo Black Hammer : Un derivativo, con pochi colpi di scena, ancor meno emozioni e molti sbadigli, la cui edizione italiana è stata stampata in ...Serbia.
Costerà meno che in Cina?
Baci ai pupi.


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