Si, questo è un altro blog sui fumetti. E come suggerisce il nome, indica una malattia: la dipendenza dai fumetti.

Benvenuti nell'ennesimo posto del web, saturo di dissertazioni e soliloqui, commenti e suggerimenti sulla nona arte.
Perchè fondamentalmente, chi ama i fumetti, non ne hai mai abbastanza, e non solo di leggerli, ma nemmeno di pontificarci sopra.

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Fumettopenìa è dedicato a Fumettidicarta ed al suo papà Orlando, che dal 2009, non ha mai smesso di farmi credere che scrivessi bene! Anzi scusate, che scriverebbi bene. E se adesso migliorato, lo devo sicuramente ai suoi incessanti consigli.

venerdì 20 novembre 2015

Frank Carter una Spia per Caso.



Chi segue il blog con una certa costanza sa benissimo cosa ne penso dei webcomics.
Indubbiamente il mio è un giudizio molto totalitario e pessimista, senza alcuna sfumatura di grigio, e senza nemmeno troppe zone bianche ad essere onesti.
Anzi per me l’aria dilettantistica che permea questa sottocategoria del fumetto italiano, che sembra per giunta ormai l’unica cosa che lo tenga in vita, come una sorta di residuato di respiratore artificiale, per lo più è un’ immensa distesa nera altrochè, la classica foresta piena di trappole e perigli da evitare, come nei migliori romanzi fantasy.

I signori della giuria tengano presenti le attenuanti prima di formulare una condanna per questo talebano.
D’altronde la stragrande maggioranza delle volte che mi sono rapportato a questa realtà, mi sono imbattuto in lavori, autoreferenziali, pretenziosi ed…inutili.
Parlo di robe come Maicol e Mirco, o i lavori (lavori, che Dio mi perdoni) del Dottor Pira, che in cuor mio spero prima o poi si accenda e si consumi per davvero, per il bene del futuro dei tessuti neurologici dei giovani hipster amanti del fumetto on line di facile fruizione che lo seguono, talmente facile che basta un click per esprimere l’iterazione con il media, e poco conta se in quel frangente frenetico ed iperveloce, si capisca poco o nulla di quello che l’autore vuole dire, questo nell’ottimistica ipotesi che voglia effettivamente dire qualcosa.
Il fine ultimo in questi casi il più delle volte è il like, il follow, lo share, il pin it, che ne so, scegliete voi il social che più vi aggrada, un’azione comunque lontanissima dal concetto di lettura che si riduce fondamentalmente a “è un grande momento per il fumetto underground italiano ed io c’ero” o se volete “ehi sono cool, anche io leggo la satira esistenzialistica di maicol e mirco.”
Poraccio de te.

Quindi non è strano se prima di adesso, io non avessi alcuna idea di chi fosse Frank Carter, spero di non aver fatto casino con i congiuntivi.
Proprio perché Frank Carter nasce come striscia web.
Quello di Coratelli e Latella è un fumetto nostalgico; strutturalmente si rifà alla strip, ed è una piacevole coincidenza che mi sia capitato tra le mani adesso che sono preso da determinate letture, tutto attento, ai tempi, ed allo storytelling prigioniero di determinate griglie, come per l’appunto le strip, ed i fumetti inglesi della 2000AD, fumetti dove era imperativo per gli autori, condensare in poche pagine appetibilità ed aspettative nel lettore.
Vi anticipo subito che entrambi gli autori dimostrano in queste 48 pagine di aver inteso appieno ka kezione del passato. 


Seppur in maniera molto più scanzonata i due racconti del volume in esame fanno pensare ad un ibrido tra il belga Tif et Tondu di Fernand Dineur ed un timido omaggio ad Hergè, ho letto in giro che c’è chi colloca questo fumetto  come un derivato del Dick Tracy del maestro Chester Gould, ma in realtà non ci siamo nemmeno vicini, Frank Carter attinge dal filone delle spystory, ma lo fa senza troppe pretese, d’altronde come lo stesso Zamberlan, un illustratore indipendente con un interessante portfolio in rete, anticipa nella sua introduzione che  Frank Carter è una lettura concepita per la rete, quindi esige di essere fruibile ed immediata, delega la sua appetibilità fondamentalmente ai colpi di scena ed una trama leggera e lasciate che ve lo dica, non mancano nessuna delle due cose, non è un romanzo seriale di mission impossibile, né un fumetto che scimmiotta 007, Frank Carter come il Tin Tin di Hergè è un semplice civile, che per una serie di eventi si ritrova fino al collo in un intrigo spionistico, il paragone con il capolavoro di Hergè, non è solo una sviolinata, Latella può anche risultare ancora un po’ rigido o timido, scegliete voi il termine più idoneo, per non smontare un illustratore sicuramente dotato, ha comunque uno stile assolutamente europeo, il suo tratto pulito esaudisce ottimamente le richieste dello scrittore Carlo Coratelli, che dal canto suo confeziona due storie brevi attingendo da collaudati plot del passato, Equivoco a Casablanca sembra la classica commedia degli errori che potreste trovare in un teatro qualsiasi in città, scoprendovene per altro innamorati.
Insomma Frank Carter  le avventure di una spia per caso è una deliziosa lettura, caldamente raccomandata agli amanti del genere, paradossalmente, nonostante nasca in rete trovo che si presti di più alla carta stampata, anche per via del fatto che ha ben poco a che spartire con i suoi compagni di megabyte.
La sfiga di questo personaggio è che è troppo lineare, Frank Carter, non molla scoregge, non rutta, è privo di donne  con la quinta e le poppe al vento, non parla in modo sconnesso, non fa umorismo non sense, non si autoreplica sui social in modo virale, non si presta alla comunicazione a mò di meme.
In effetti delle specifiche richieste dal mondo web italiano, decisamente grottesco se posso azzardare un’ opinione, ha soltanto l’immediatezza, per il resto Coratelli e Latella, poveri ingenui sognatori vogliono soltanto fare del buon fumetto dai canoni classici.
Con qualche finezza da manuale come dimostra il cameo al presidente degli Stati Uniti d’America più oscuro di sempre.
Ma da adesso finiscono le belle parole.
In Frank Carter, non ci sono macchie amorfe nere su sfondo rosso che dicono cose tipo:
“Togliti le mutande adesso ti trombo a sangue”
e l’altra risponde: “Tanto tutti prima o poi dobbiamo morire”.
Non c’è quella spazzatura autoreferenziata tipo Iodosan della pattuglia spaziale, che fa tanto fumetto underground per i lettori sinistroidi dell’Internazionale (prima che me lo chiediate, sono di sinistra, ma la cosa non mi ha mai creato problemi di gusto),  non c’è nemmeno il nonsense per tutta la famiglia senza capo e ne coda di Sio.
Frank Carter è un fumetto alla vecchia maniera, Coratelli non è a capo di un’ex sito web improvvisatosi editore, e peggio ancora scrittore, reclutando personaggi che con il fumetto hanno ben poco in comune, Latella, così su due piedi, a vedere i suoi lavori, non sembra senta il bisogno di disegnare papere alienate intente a farla nel piatto doccia, snocciolando massime esistenzialistiche, in un vago decostruzionismo di personaggi che sa di già visto altre mille volte in passato.
Eppure sembra sgomiti invano per farsi posto tra i fumetti della nuova generazione.
Invano perché, il sito web su cui erano e (presumo) sono ospiti le strisce, è lo stesso sito web che ospita i lavori di Sio, editore di prelibatezze come Maschera Gialla, Noumeno e Agorafobia.
Rendemose conto.
Il cui capo per sua stessa ammissione in millemila interviste tutte identiche, sembra avere le idee molto chiare su dove debba andare il fumetto, e su chi debba farlo, credo di aver letto da qualche parte, che un fumetto per vendere non necessariamente deve essere fatto da fumettisti, un discorso che non fa una grinza, se si considera che la star della suddetta casa editrice, effettivamente non è un fumettista, ma sono pronto a giurare che nemmeno chi legge certa roba possa propriamente definirsi un lettore di fumetti.
Tutte le volte che leggo del boss di Shockdom, mi sbellico dalle risate, una laurea in fisica, al lavoro in rete senza grossi successi da qualche lustro, un’unica intuizione, di arruolare un ragazzino con un canale youtube seguitissimo, specchio dell’Italia giovane di oggi, che forte del suo primo fumetto (etichetta Shockdom, magari non significa nulla, magari si), addirittura fornisce in rete consigli su come fare un fumetto. Tra questi:

 Bisogna definire una linea artistica coerente con la storia e il suo messaggio, e di conseguenza scegliere il disegnatore adatto. Può sembrare scontato, ma in una storia il cui contenuto può essere molto complesso o intricato, avvalersi del disegno giusto può contribuire a renderla più chiara e appassionante“.

La copertina del volume della Red Publishing reperibile su Ebay ed Amazon

Ma si può leggere tranquillamente: andate sui social, vedete quale aspirante disegnatore, ha un grosso seguito di follower ed arruolatelo per disegnare la vostra sceneggiatura pretenziosa, vendite assicurate.
E’ normale che il Frank Carter di Coratelli e Latella, non sia poi così sponsorizzato dall’editore, anzi a leggere un post sulla pagina Facebook di Frank Carter, sembra che l’illuminato di Shockdom non tratti allo stesso modo tutti gli ospiti del suo sito, che possono essere ridotti canche ad adescatori di lettori.
Si capisce che in questo contesto il vecchio teorema di qualche tempo fa, non fa che  comprovarsi con nuove certezze, il cartaceo è appannaggio di determinate realtà, se un tempo l’editore in tutta autonomia sceglieva cosa proporre al pubblico, ora è il pubblico, che detta il trend di un fumetto, Ma col giusto tipo di occhi la cosa è anche peggio: qui da noi ormai, “orfani” di un background culturale fumettistico rilevante, a corto di grossi nomi che generino una corrente a cui affiliarsi, ci ritroviamo con l’edicola e la fumetteria piena di dilettanti presi in prestito da altri campi, ed ecco che in italia le fiere si riempiono di fenomeni passeggeri come Golem, Nick Banana, Agorafobia, Scottecs, Maicol e Mirco, Janus e compagnia cantante.
Va da se che un fumetto con solidi riferimenti alla bande desineè, con alle spalle un processo creativo, non ha molte cartucce da sparare, e per questo rischia di finire nel dimenticatoio, complice   l’aggravante di una scelta nel prezzo proibitiva.
48 pagine a colori su una carta di grammatura eccessivamente pesante, per 10,00€ sono troppi, per un fumetto che dovrebbe proporsi, ed infatti la Red Pub., è fallita.
Tuttavia spero che Coratelli e Latella, non demordano, e continuino nel loro lavoro, Frank Carter ha sicuramente buoni presupposti per guadagnare nuovi affezionati lettori, ottime potenzialità e Latella continuando in quella direzione potrebbe essere l’anello mancante tra l’italia che verrà (sis pera migliori) e Chic Young, o  Fernand Dineur.
Mi rifiuto di credere che tra voi non ci sia ancora qualcuno secondo il quale pattume non è sinonimo di  intrattenimento leggero.
Se potete in qualche modo rimediate da leggere Frank Carter, rimediando il cartaceo, il prezzo è folle, ma chi di solito bazzica le pubblicazioni minori non è vergine a certe realtà, oppure leggendolo on line sempre che la Shockdom nel suo aggiornamento non se lo perda per strada perché su Facebook piace solo a 210 persone.
Baci ai pupi.

mercoledì 11 novembre 2015

Crossed +100: l'apocalisse secondo Moore






Questo articolo è stato pubblicato su overnews magazine


 
Alan Moore ha sempre giocato con gli idiomi, questa attenzione (immancabilmente) critica  che il pubblico italiano ha rivolto alla miniserie Crossed +100, rispecchia tremendamente il grado di pigrizia a cui si sono arrivati i lettori della penisola.
Che io ricordi, Moore ha già giocato a fare Dio,  proponendo in passato storie con elaborate strutture di dialogo, in cui si divertiva a coniare nuovi termini e nuove lingue per la gioia dei traduttori.
Andando a memoria: Swamp Thing #32: Pog, (1985) -  in quell’episodio che di fatto è un toccante omaggio all’opera di Walt Kelly, Moore elaborò un nuovo linguaggio per gli alieni atterrati nella palude, ancor prima, su Warrior #9-10 (1983), nella storia che di fatto introduceva nell’universo di Miracleman i Warpsmith, Moore concepì di sana pianta un lessico per i giovani invasori del golfo, su 2000AD, nella bellissima Ballata di Halo Jones, seppur in forma minima c’è un’ intera griglia di nuovi termini. stessa storia per Skizz.
D’altrone il buon Moore ha sempre cercato di mettere i suoi fumetti  sotto una luce iper-realista, tanto a volte a riuscire ad infastidire i “lettori”.
Ricordiamo interi dialoghi lasciati non tradotti per espressa volontà dell’autore?
In Miracleman Libro Secondo, nella Lega degli straordinari Gentlemen Vol 1, i dialoghi in arabo e in mandarino, nel Vol  2 della stessa opera, addirittura a parlare senza che a noi lettori sia dato modo di capire nulla, sono dei marziani, Century, il dialogo tra Nemo e sua figlia, o ancora Nemo Le rose di Berlino, dove tutti  baloon in tedesco sono rimasti indecifrabili, per chi non mastica il crucco.
Anche nel suo romanzo La voce del fuoco, c’è una voluta sperimentazione sugli idiomi, ecco perché il vociare scettico intorno a Crossed +100 mi ha fatto sorridere.
O il lettore italiano ha poca memoria, o non conosce Moore, o come più probabile, è impigrito dalla dilagante mediocrità che affolla le edicole e gli scaffali delle fumetterie.
Parte della colpa la attribuisco comunque ai licenziatari di questo volume, in giro ne sento parlare pochissimo e male, una promozione del prodotto prossima allo zero, sembra che con alcuni titoli la Panini continui con gli errori già fatti con la Valiant, amesso e non concesso siano errori e non strategie, della serie “l’importante è che non le pubblichino gli altri”.
Fatto sta che è da qualche settimana è uscito il Crossed di Alan Moore, ed è proprio un piccolo gioiello.
Personalmente ho smesso di leggere Crossed dopo il secondo tomo, quello scritto in maniera orripilante da Lapham, annoiato a morte da queste letture tutte uguali.
Non che mi sia particolarmente dispiaciuto il primo, firmato da Ennis e Burrows, un fumetto apocalittico, dove il solito virus invece di renderti uno zombi cannibale, ti rende di fatto un insaziabile assassino seriale cannibale incline alle peggiori nefandezze, dal sodomizzare moncherini sangionolenti, al divorare i propri figli in culla.
Crossed lo avrei amato di più come volume unico, ma si sa la serializzazione è al contempo una necessità economica ed una pietra tombale sulla creatività, anche se ti chiami Alan Moore, che alla serialità delle cose non si è mai ne adeguato né piegato.
Il bardo con Crossed+100 ha fatto l’unica cosa che valeva la pena di fare per rivitalizzare il genere.
Non che poi, spostarsi 100 anni nel futuro sia questa grande genialata, sa di già visto, un romanzo di Justin Cronin, Il Passaggio, che ho letto qualche anno fa quando ero ancora capitolino, evolve proprio in questo senso, in seguito ad un incidente nella base del Progetto NOAH, un’istallazione dove venivano condotte ricerche su un virus trasmesso dai pipistrelli, e che rendeva gli essere umani degli insaziabili vampiri orribilmente mutati, l’umanità è vittima di un olocausto che trasforma la vita dei sopravvissuti in una continua lotta per vivere.

Quindi non è questo, né il coniare un nuovo linguaggio che dovrebbe fare urlare al capolavoro, al massimo quello che lascia entusiasti a fine lettura è la sensibilità unica dello scrittore inglese. Moore concepisce una sceneggiatura che non si sofferma sullo stereotipato orrore di un survival comics, al contrario gioca su una moltitudine di temi, senza trascurare la componente spaventevole che invoca chi compra questo genere di fumetti.


Crossed +100 come suggerisce il titolo, ma come anche vi hanno detto nei mille rumors che hanno preceduto questa miniserie, parla del futuro del mondo infettato ideato da Ennis, un secolo dopo l’esplosione del contagio, delle trasformazioni subite dalla società, e dei tentativi dell’uomo di recuperare il passato e ricostruire il viver civile.
Future la protagonista del fumetto è un’archivista., nel mondo utopico immaginato dal bardo, la funzione di recuperare informazioni storiche dal passato, è altrettanto importante come lo è recuperare viveri e materie prime. Un’ ipotesi affascinante e se non inedita, ancora non inflazionata.
Affascinante come le dichiarazioni di Moore in un' intervista in cui rivela cosa nasconde la scelta del nome Future.
Moore insomma continua imperterrito per la sua strada, dimostrando, semmai ce ne fosse bisogno, a tutti i simpatici troll da rete, di quelli che lo danno ormai per un autore in declino mentre leggono avidamente spazzatura seriale americana e non solo, che il suo metodo di lavoro è ancora certosino e francamente inimitabile, ed anche ad una cosa elementare come la scelta del nome di un character, è un passaggio studiato.
Future infatti è nata nel 2077, è solo un nome, ma getta basi solide sulla continuity di questa serie.
Il 2077 rappresenta il tempo in cui gli umani non infetti ricominceranno a ricostruire gli insediamenti, e far nascere nuovi esseri umani, “Future” ed “Hope”, futuro e speranza, saranno i nomi più usati, una sorta di buon auspicio per la razza umana.  


Queste sono le piccole differenze tra il bardo ed il resto del mondo, la sua minuziosa dedizione al media.
Andrade e Moore confezionano un prodotto altamente appetibile: le ampie inquadrature che l’illustatore brasiliano dissemina nella storia, che mostrano un mondo dove la natura si sta riprendendo i suoi spazi fanno da contraltare ai testi di Moore, come il diario di Future, una sorta di quiete che precede la tempesta.
E’ come ascoltare la Primavera di Vivaldi su una stazione radio che gracchia e non si riesce di sintonizzare, e la melodia è costantemente interrotta dai gutturali suoni del finale di Blind dei Korn., che invece poi ti esplode nel cervello improvvisamente nel capitolo 5.
Non posso spoilerare nulla, posso dire che questo Crossed, non ha nulla a che vedere con i due precedenti capitoli che ho letto io, la trama è costruita in maniera strepitosa, Moore a modo suo ci rende spettatori di un incredibile centenario, una trama che si risolve lentamente, insidiandosi nella routine di Future e nelle sue incursioni in un mondo in cui la natura è in rinascita, e dove apparentemente la piaga dei crociati sta scemando.

Non continuo dopo.

Devo decidermi di mettere il punto e chiudere, come Future chiude il suo diario, perché altrimenti vi rivelo mio malgrado qualche particolare della trama che potrebbe rovinarvi la sorpresa.
E’tutta colpa del bardo, quando si parla di lui, spenderei quintali e quintali di parole.
Va da se che nel mio piccolo, consiglio questo volume, Crossed +100 vale ogni centesimo del suo prezzo, è la classica ventata di aria fresca, l’ho letto in parallelo alla sedicente guerra di Kirkman su TWD, quell’accozzaglia di finti colpi di scena, parolacce e morti di personaggi di rilievo,che si è combattuta in questi mesi  tra Rick e Negan.

Inutile dire che per quante allucinanti teorie partorisca la rete su Kirkman, che secondo alcuni siti è il nuovo Moore, è lampante invece, che siamo su mondi diversi, da un lato c’è il fumetto mainstream ripetitivo, e dall’altro la pubblicazione autoriale. Riguardo l’edizione italiana, a Panini si possono muovere le solite critiche, il costo del volume e, come detto più su, la promozione dell’opera pari a zero, Panini da editore, sembra non aver alcun interesse nell’ampliare il bacino di lettori di questa collana, evidentemente confida nei soliti acquirenti, e nel passaparola in rete. Sembra anzi che faccia incetta di queste licenze “minori” per evitare che vengano prese da altri editori italiani, e perdere l’apparente monopolio dato dalle pubblicazioni Marvel.
Questa teoria altamente cospirazionista l’ho partorita da un po’ di tempo dopo aver visto con i miei occhi l’affondamento della linea Valiant, ed una serie di collane assolutamente non promosse ed affidate al caso.
La speranza è che la linea Avatar, che per lo più però edita roba tra l’appena sufficiente ed il molto mediocre, resti a galla. Nonostante gli sforzi inesistenti di Lupoi e co. di farla conoscere al pubblico. Per il resto a parte tremende gaffe nella traduzione non c’è molto altro da dire sull’edizione, per esempio “To Casper” che nella versione originale sta per “spaventare”, in italiano diventa “Fantasmare”, che non significa nulla. Una scelta che denota che chi ha tradotto, non ha inteso molto bene la volontà dello scrittore (originale).
Moore fin dalle prime rivelazioni, ha dichiarato che il suo Crossed+100 parla di un gruppo di uomini e donne con la volontà di ricostruire la società, una società estintasi nel secolo passato, e con essa il modo di parlare e comunicare, un modo ricostruito grazie anche agli sforzi degli archivisti, un mondo dove alcuni termini si sono persi nel tempo, come quello per descrivere lo spavento, Casperize, viene da Casper the Friendly Ghost, serie di cartoni animati del 1939, in cui lo spettro di un bambino, nonostante volesse giocare con le persone che incontrava, finiva per farle scappare via terrorizzate, soluzione perfettamente coerente con il certosino lavoro di Moore, tradurlo in Fanstasmare, solo perché Casper è un fantasma, va da se che riduce e svilisce il lavoro dell’autore.
Ma a parte queste cadute di stile tipicamente italiote, Crossed +100 resta una lettura imperdibile.
Direi che anche questo mese vi abbia detto tutto quello che c’era da dire.
Fatemi sapere cosa ne pensate.
Non resta che congedarmi.
Baci ai pupi.

venerdì 30 ottobre 2015

Beta i Robottoni made in Italy

Avessi modo di buttare giù delle chart, le ultime top appetibilità avrebbero in testa materiale dell'editoriale cosmo, con Gli Sterminatori e Beta.

Breve storia dell'odio verso i cosmonauti

E' sempre una gran rottura parlare della Editoriale Cosmo, in pratica recensire una pubblicazione cosmo, è un silenzioso richiamo che ti sottopone alle attenzioni di tutti quei megalomani puristi della domenica, che inveiscono contro la bonellizzazione del fumetto; hater addomesticati sui social  e sui forum che per quanto tu tenti di spiegare i motivi per cui la Cosmo non è assolutamente l'anticristo, non ti ascoltano, continuano a sbraitare di desaturazione coatta delle tavole, riduzione violenta dei disegni, con tanto di bava alla bocca come i cani rabidi, senza alcuna possibilità di replica, al punto che alla fine la risposta più idonea e sensata da dare è "ma fa un pò come 'zzo te pare e vattene a quel paese."

Probabilmente è per zittire certe critiche sterili che nacque la linea "Color" ma pensate che l'iniziativa abbia messo al riparo l'editore emiliano dalle solite feroci critiche?
Macchè, poveracci non solo hanno cominciato a pubblicare a colori, ma in sfregio all' avarizia, hanno fatto tutto in un formato più grosso del classico comic book, ma nulla il pecorone a comando italiano una volta che è partito per la tangente, non sente ragioni, da li a poco è arrivato un nuovo tormentone "La costina scricchiola!". Juan Solo per esempio, ma anche il primo tomo di Fabian Gray
Alla fine, i cosmonauti hanno ancora una volta diversificato il catalogo, cambiando tipografia, eliminando il "fastidioso" scricchiolio delle costine, sono tornati a bonellizzare, lasciando il colore, e lavorando sul numero delle  pagine per prezzare le pubblicazioni,  insomma di sforzi per piacere a destra e a manca ne sono stati fatti,  ma il pecorone a comando ormai con cosmo ha chiuso i ponti, per il pecorone medio, alla Cosmo o sono degli incompetenti, o dei semplici stampatori di materiale estero, ben poco conta che adesso producano persino una serie nuova, per quanto ahimè bruttina possa essere.
Per gli hater più agguerriti sono dei ladri, con dei prezzi troppo cari per il materiale proposto, Un esempio? Flash Gordon: Una rapina legalizzata.
Inutile far notare il coraggio di editare con tiratura da edicola opere d'arte come L'incal o Bouncer, per esempio, indubbiamente materiale ostico per il lettore medio italiano abituato a vedere rivoluzionario una pensione ed un cellulare, opere che ben altri accreditati editori, in passato si sono guardati bene dal far uscire in edicola, puntando sul solito bacino di 30enne a salire,compulsivo animale da fumetteria.
Il catalogo Cosmo? Puff, materiale scadente.
D'altronde chi si sognerebbe mai di definire capolavori, robaccia come Black Crows, Lo Sparviero, Durango, Snowpiercer o Winterworld?
Giusto un tristone intellettuale col braccino corto par mio.
Davvero, non c'è verso.
La cosa più esilarante è che questi puristi che si lamentano delle tavole ridotte (con allegata riduzione dei costi) sono gli stessi che si scapicollano in fumetteria a comprare senza battere ciglio altrettante pubblicazioni ridotte come Saga della Bao, contenti di pagarle un rene  e mezzo lobo epatico, tanto il fegato si rigenera.
Questi hater sono gli stessi intellettuali che ignorano per esempio la sottile differenza tra lo stampare ad alte tirature in Italia, su carta certificata PFC, piuttosto che stampare "altrettanto male", (riducenddo il formato), con una tiratura da fumetteria ed un prezzo esoso, affidandosi a tipografie cinesi, è il caso eclatante della Bao, per quel che concerne alcuni volumi della Lega degli straordinari gentlemen, e chissà cos'altro. Li seguo poco o niente i milanesi col cane sul logo.
La cosa che ormai diverte di questi puristi è che in sostanza ridurre e desaturare e pagare meno è un reato perseguibile dalla legge, ingrandire, colorare, cartonare e rapinare, è un omaggio alla nona arte.
Con Beta è stata la stessa cosa, brossurato formato bonellide di ben 224 pagine in bianco e nero, è diventato sulla bocca dei soliti: troppo caro (6,90€) e scomodo da leggere, peccato che la precedente edizione di Beta (coff...coff...coff...BAO) venisse il doppio per il prezzo, e fosse più piccola (spero almeno stampata in Italia).
Lasciando perderere gli hater - mai compreso il meccanismo infatuante che ti trasforma da lettore di fumetti a sostenitore amante di questa o quella casa editrice - dedichiamoci per il resto del pezzo a questo BETA di Vanzella e Genovese, lettura caldamente raccomandata, quale che sia la vostra indole di consumatore, cicala (Bao) o formica (Cosmo).
Io da buona formica lo leggerò in questa pessima edizione, pagandolo più o meno la metà di quanto lo avrei pagato se fossi inciampato nell'edizione Bao.
224 pagine divorate letteralmente e non solo per il nostalgico motivo che BETA è un chiaro omaggio all'opera di Go Nagai, il creatore di Mazinga Z , Grande Mazinga, Goldrake e Getter Robot. Quell'aspetto del fumetto va bene come strillone per attirare le attenzioni dei lettori, in realtà in Beta il citazionismo al fumetto nipponico è solo una parte della godibilità.
In Beta i Robot giganti non sono creati per tenere testa agli invasori alieni o altro, la sceneggiatura di Luca Vanzella relega i giganti meccanici al ruolo di arma finale, nel mondo di Beta, i robot sono le armi di distruzione di massa, l'escalation tecno-bellica di una guerra fredda rivista, in cui non mancano divertenti riferimenti come il primo ministro con la gobba, (presumibilmente il poco compianto Andreotti) o la strega di premier inglese, (presumibilmente la Tatcher).
C'è molto più di apocalittici duelli tra mostruose macchine tra grattacieli, Beta, vanta una appetibile caratterizzazione dei personaggi ed una trama molto più complessa di quello che può sembrare trasparire dalla copertina.


Il plot dei robottoni così in voga negli anni '70 è arricchito da smaliziate sfumature dei nostri tempi: era molto raro in Mazinga che Tetsuya Tsurugi si preoccupasse di questo o quello stabile prima di demolire a suon di missili centrali e grandi fulmini, l'ennesimo mostro inviato dal Generale Nero, era altrettanto raro che si contenesse nella lotta al fine di preservare il costoso gingillo, per  il concetto di morte, come componente delle storie, dobbiamo aspettare la serie di Getter Robot, ed il sacrificio del pilota Getter 3 Musashi Tomoe (1974).
E' solo poi nel 1980 ,con Trider G7, che gli autori prestano più attenzione al lato economico della guerra con i robottoni, l'adolescente Watta Takeo prima di lasciar partire i vari missili a testata protonica o missili nucelo-sintetici, attendeva il benestare del vecchio Umemaro Kakikoji, sempre attento ai conti della Takeo General Company per far quadrare le spese, e trasformare le missioni del Trider in successi economici per la compagnia.
Vanzella fa tesoro di questi spunti narrativi senza dimenticare di omaggiare quel mondo di cartoni animati e manga del nostro passato remoto, come non riconoscere il papà di Hiroshi di Jeeg nel Dottor Lorenzo Beta? O una via di mezzo tra Kenzo Kabuto e il dottor Inferno nel Professor Shima. Ci vuole una bella faccia tosta a non riconoscere nella bella Maxine il pilota del robot francese Marianne, l'avvenente June di Venus o anche Miwa Izuki di Jeeg.
Insomma senza spoilerare nulla della trama è il caso di dire che Beta come sceneggiatura è meglio del film Pacific Rim.
L'evolversi degli eventi già per altro incalzanti, più o meno dopo pagina 190, vi lasceranno così curiosi che non aspetterete altro che il secondo e conclusivo volume, previsto per gennaio 2016.
Sul versante grafico Genovese forse a volte è troppo sporco, specie nelle scene di lotta. Ma per il resto il suo è un autentico manga anni '70, dinamismo della tavola, totale assenza di una griglia, l'uso delle linee di velocità per esaltare i movimenti, massicio abuso delle onomatopee, tutte trovate visive riconducibili al fumetto nipponico.
Insomma senza dilungarsi ulteriolmente Beta è l'appuntamento immancabile di novembre.
Fidateve, restando in ambito cosmico, a parte Prophet, vi ho mai raccontato fregnacce?
Beta vale ogni centesimo dei suoi 6,90€ di copertina, nostalgico, intrigante e divertente.
Baci ai pupi.

lunedì 12 ottobre 2015

Il Rocketeer di Dave Stevens


Due parole su Dave Stevens
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Dave Stevens nasce nel 1955 in California, e nel suo curriculum figura di tutto: a 19 anni è l’assistente di R. Manning per le tavole domenicali di Tarzan, successivamente dopo il 1977, concentra i suoi sforzi sul mondo dell’animazione, disegnando gli storyboard per alcuni cartoni animati della Hannah & Barbera, tra cui l’adattamento della Justice League al piccolo schermo, in Italia noto come Super Amici.
Per Hollywood firma gli storyboard dell’Indiana Jones di Spielberg, I Predatori dell’Arca Perduta e il famosissimo videoclip di Micheal Jackson, Thriller.
Le sue prime incursioni nel campo dei comic book sono collaborazioni con alcune fanzine per le quali firma delle illustrazioni, molte delle quali arricchite, dalla presenza di soggetti femminili di innegabile fascino.

Lavorerà poi ancora con Manning per la sua strip su Star Wars, e per la Marvel per la quale inchiostrerà alcuni What if?, come il numero 11.

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– Piccola parentesi: Il numero 11 di What If?, scritto e disegnato dal Re, è veramente una storia assurda anche per un What if?, ipotizzava infatti un mondo in cui i raggi cosmici avessero trasformato nei Fantastici Quattro i primi uomini della Marvel Comics: Mr Fantastic era Stan Lee, la Torcia umana, Sol Brodsky, Vice Presidente alla Marvel Comics, Kirby nei panni della Cosa e Flo Steinberg, segretaria alla Marvel Comics nei panni della ragazza invisibile. (Peri più curiosi, in Italia, Star Magazine 14)

Nel 1981 la Pacific Comics, commissiona al giovane autore, 6-10 pagine per un comic book, l’editore non dà alcuna indicazione per il soggetto, nè alcun limite, Stevens ha carta bianca.
Un malcelato amore per la star degli anni ’50 Bettie Page e per il fumetto pulp degli anni ‘20, sono due degli ingredienti della serie a fumetti che sta prendendo forma nella sua testa, Stevens inoltre,voleva creare le avventure di un eroe con un razzo, con storie ambientante in un mondo in cui aereri e vecchie automobili fossero una sorta di costante scenografica, ecco il fertile terreno su cui germoglia Rocketeer, il characters che lancerà come un missile, lo stesso Stevens nell’olimpo degli autori dell’epoca, insieme a nomi come Steve Rude e Jamie Hernandez.
In una intervista fatta dal giornalista Thomas Martinelli e apparsa su Grandi Eroi n. 15 Comic Art Editore (Luglio 1987), il volume che ospita il primo arc di Rocketeer, con le origini del personaggio, Stevens si definisce un autore con ancora molto da imparare, confessa la sua passione per i classici dai quali cerca di carpire qualche segreto, autori come Eisner, Steranko, Kubert, Toth, Bennet, Manara e Pratt, ma quel che mi ha conquistato di Stevens è quello che si aspetta la gente riceva dai sui fumetti:

“Cerco di realizzare storie sollevanti, non mi piacciono troppo quelle tristi e deprimenti. Non ho un vero messaggio, mi basa che qualcuno compri il fumetto e si diverta. Sento di avere raggiunto il mio scopo quando rendo il lettore felice, e per adesso è sufficiente. Per ora mi basta solo fare del mio meglio con storie d’avventura e buoni personaggi sperando che alla gente piacciano.”

Rocketeer

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E Rocketeer è piaciuto tantissimo al pubblico, fin dalla prima apparizione in appendice allo StarSlayers di Mike Grell (Pacific Comics), Un Inkpot Award come autore nel 1986, insieme ad artisti del calibro di Dave Gibbons, Moebius e i fratelli Hernandez.
Un Kirby Award nello stesso anno per la miglior Graphic Album, sotto etichetta Eclipse.
E leggendo il primo arc è difficile restare indifferenti al fascino di Rocketeer, ancor prima di scivolare nei noiosi tecnicismi da recensori spocchiosi, impossibile non spendere due parole sulla caratterizzazione dei personaggi: Cliff Seword è fin troppo umano, nei suoi comportamenti, è aviatore in un circo acrobatico e vuole ciò che vogliamo tutti, successo, una bella donna da amare e tanti soldi.
Queste sono le venali priorità che muovono Cliff nella primissima avventura di Rocketeer, un adrenalinico dramma, pieno di azione, passione, spie, complotti, sparatorie ed inseguimenti che mi ha tenuto legato al volume fino all’inevitabile ultima pagina. E sono certo terrebbe incollati alla poltrona anche voi.
Difficile non soffermarsi sulle tavole in cui compare la volubile fidanzata di Cliff, anche lei, così reale nella caratterizzazione, che sembra possa strappare la pagina e sedervisi in braccio sempre che possiate permettervelo.
apAmfubBetty è liberamente ispirata alla regina delle pin up degli anni ’50, Bettie Mae Page, un chiaro omaggio alla modella nata a Nashville nel 1923 che ha legato il suo nome all’ immaginario erotico di un paio di generazioni di americani.
Al contrario di Cliff, passionale, testardo ed impulsivo, Betty è più pratica, ama Cliff, ma non quanto ama se stessa, nell’ultimo capitolo della prima avventura di Rocketeer, mentre pondera di accettare l’invito del fotografo Marco, di vivere per un periodo in Europa, si definisce una donna fatale, mentre sembra osservi le sue stesse sensuali curve, languidamente adagiate sul letto di posa.
La scelta di ispirare la fisionomia di Bettie alla famosa modella degli anni ’50 rinnovò tra i lettori una curiosità sulla vita della stessa, ma miss Page non è l’unico characters di Stevens ad avere una controparte nel mondo reale, il meccanico Peewe si ispira al disegnatore amico Doug Wildey, mentre il fotografo di Bettie, Marco di Hollywood, è liberamente ispirato al fotografo Ken Marcus, il famoso fotografo che ha immortalato innumerevoli modelle seminude per i paginoni delle riviste Playboy e Penthouse Magazine. Il cast di supporto di spie crucche ed agenti governativi sembrano scappati dalle pagine dei fumetti di Eisner.
Rocketeer come già detto, è prima di tutto un grosso atto d’amore alle avventure pulp degli anni’20 e ’30. Bellissimo e nostalgico.

rocketeer2bLa tecnica narrativa su Rocketeer è qualcosa su cui probabilmente torneremo più volte nel corso dei nostri incontri, perché si inserisce in un contesto di produzione di fumetti ormai estinto, sacrificato in nome della decompressione narrativa della moderna industria dei comics.
Tranne alcuni, si è persa la capacità di raccontare storie in un certo modo.
Stevens nel 1980, durante il processo creativo di Rocketeer ha un unico paletto, l’esiguo numero di pagine con cui raccontare la sua storia.
6-10 pagine alla volta che come già accennato finiscono in appendice allo StarSlayers di Mike Grell (autore di una fantastica run su Green Arrow, che recentemente sta rivedendo la luce grazie alla Rw Lion), nelle quali è d’obbligo: raccontare una storia, coinvolgere il lettore e lasciarlo in attesa del numero successivo con un efficace cliffhanger.
Tutto questo, nonostante si reputi un dilettante, Stevens, lo fa benissimo, chiude ogni capitolo della prima miniserie con appetibilissimi colpi di scena, persino il finale aperto che fa da prologo all’avventura a New York. Come accennato, il passato professionale dell’autore è segnato da una prolifica collaborazione con Manning per le tavole domenicali di Tarzan, e si vede, la sua tecnica narrativa è figlia di quel tipo di editoria, la tavola è un percorso di passaggi obbligati, che guidano gli occhi del lettore, inquadratura dopo inquadratura, vignetta dopo vignetta, che siano rettangolari quadrate, tonde, o un puzzle di inediti poligoni, l’imperativo di Stevens è divertire, e diverte, la lettura è dinamica e coinvolgente, non c’è una griglia fissa, lo spazio è esiguo, ed ogni cm della tavola è utile anche gli spazi bianchi tra una vignetta e l’altra, ogni prospettiva, ogni inquadratura che sia funzionale a raccontare in maniera limpida azioni ed emozioni è utilizzata con certosina abilità, ed il risultato è sotto gli occhi di tutti, sempre che abbiate tempo e curiosità per sperimentare questa emozione vintage.

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Esempio di composizione della tavola di Dave Stevens

In Italia il Rocketeer di Dave Stevens ha avuto almeno tre edizioni:
Grandi Eroi n. 15 Ed. Comic Art che raccoglie i primi 5 capitoli, in pratica le origini del personaggio. E’ il modo più economico per assaggiare il lavoro di Dave Stevens per vedere se rientra nei propri gusti.
Rocketeer – le avventure complete Ed. Salda Press che raccoglie tutto il materiale firmato da Dave Stevens, inclusa Avventura a New York. Il costo dovrebbe aggirarsi intorno ai 15€.
Le avventure complete di Rocketeer vol 1 e 2 ed. Salda Press un’edizione di lusso che raccoglie lo stesso materiale di Stevens, ma è arricchito da una apprezzabile quantita di contenuti extra, come sketch ed illustrazioni varie che fanno levitare il costo a 50€ complessivi.

Bene,direi che anche per oggi vi ho detto tutto, ah questo pezzo inaugura anche la collaborazione di fumettopenia con OverNewsMagazine
Baci ai pupi.

martedì 6 ottobre 2015

Alan Moore e la rivoluzione digitale.

Nelle settimane passate, abbiamo avuto modo di segnalare tramite il profilo twitter, l'arrivo sulla piattaforma apple, della nuova app Electricomics di Alan Moore famiglia, e del fine  ambizioso, di questo progetto di rivoluzionare ulteriormente il media fumetto.
All'indomani di una intervista rilasciata dal bardo per il sito inglese Wired.uk, sembra chiaro che secondo lo scrittore inglese, il progetto Electricomics, ha un potenziale ancora inespresso.

Era chiaro fin dai primi rumors che Moore e co. attraverso Electricomics, non avessero alcuna intenzione di accodarsi, alle altre iniziative di lettura digitale, e cavalcare semplicemente l' onda della moda dei fumetti digitalizzati.
Se avete avuto modo di visionare i primi timidi lavori nati in seno a questa piattaforma è chiaro che gli autori coinvolti nell'iniziativa, tra cui il co-creatore di Preacher, Garth Ennis, mirassero a qualcosa di più coinvolgente di una semplice esperienza di lettura.
Electricomics si è caricata l'onere di ampliare il significato di narrazione per immagini in sequenza, in un momento in cui sembrava il fumetto, pr quel che concerne le tecniche non avesse più nulla da dire.
D'altronde Moore già in passato ha vestito i panni del pioniere, in più periodi della storia del fumetto, dal revisionismo dei primi anni '80 con Miracleman e Watchmen, al citazionismo  dei lavori con la Awesome o la Wildstorm, come Supreme e Tom Strong, per non parlare dell'ermetismo dei suoi lavori  di stampo cabalistico di notevole impatto visivo come Promethea, o le ultime ricercate sequenze narrative dell'universo della Lega degli straordinari gentlemen, una epopea che ha consacrato l'opera dello scrittore di fantascienza Farmer, come plot narrativo, e che ha generato innumerevoli cloni, anche sul piccolo schermo.

Dalle parole di Moore su Wired.uk, è facile intuire, che le cose sono molto più complesse ed appetibili do come possano apparire ad un primo approccio:



"Soprattutto, con questo format, volevamo mostrare le possibilità del nuovo medium, non solo aggiungere particolari inutili. Ho sempre pensato che la prima cosa che la gente avrebbe fatto applicando la tecnologia digitale ai fumetti sarebbe stata inserire effetti in tavole che non ne avevano alcun bisogno."

"Non sono sicuro che quel che faremo possa ancora definirsi fumetto. Anche dopo un paio d’anni di lavoro su questo prodotto non ho capito se appartiene a un sottogruppo del fumetto o se sia qualcosa di totalmente nuovo. Credo che deciderò tra un altro paio d’anni, quando forse sarà più chiaro in cosa questo medium è diverso dai comics tradizionali."
 
"Prendiamo Spirit, di Will Eisner. C’è una scena notturna he mostra una casa vuota, di notte, in cui c’è un rubinetto gocciolante. La tentazione, ovviamente, sarebbe di fare in modo che le gocce siano animate e di aggiungervi l’effetto sonoro corrispondente. Ma Eisner, attraverso il linguaggio del fumetto, fa qualcosa di molto più elegante, mostrando il rubinetto con una singola goccia allungata, il che rende chiaro che sta per cadere. E tutti sappiamo che suono produrrà."

Da questi passaggi è fin troppo evidente che se Moore, non ha ancora ben chiara l'evoluzione  del suo progetto, ha di certo chiara l'idea di non scadere nella banalità, insomma a leggere le parole del bardo è lecito pensare che la regola di sfruttare una nuova tecnologia nel momento in cui questa è a portata di mano, non vale per il team di Electricomics, che al contrario sembra più che mai intenzionato a sperimentare al punto di dubitare che si stia ancora parlando di fumetto.

"Questa tecnologia è nuova e ci offre la possibilità di compiere orribili errori come di raggiungere eterni trionfi. Le ci vuole un po’ di tempo per evolversi, non moltissimo a giudicare dalla velocità con cui si muove il mondo oggigiorno. Forse una decade, prima di capire e decidere."

Interessante questo passaggio in cui Alan Moore parla dell'influenza di Winsor McCay:


"McCay comprendeva le dinamiche della pagina a fumetti. Il modo in cui il tuo sguardo si muoveva attraverso i suoi paesaggi, il modo in cui usava le tavole per mostrati qualcosa che diventava più grande o più piccolo, il modo in cui aveva perfezionato tutte le sue splendide tecniche, mai eguagliate dal fumetto sperimentale negli ultimi trent’anni e men che meno superate!
Anche Eisner era un genio, ovviamente, ma molto differente. Eisner usava le sue vignette esplose, ad esempio, in cui sono presenti splendidi paesaggi, ma la pagina stessa risponde a una struttura visiva più ampia, che inserisce le singole immagini in quella che lui chiamava Meta-vignetta. L’intera pagina diventava così una vignetta dal punto di vista funzionale, in cui le vere e proprie vignette erano inserite. Una splendida composizione da vedere sulla pagina stampata, ma che non sarebbe affatto adatta al nuovo medium"

Si evnice l' intenzione di intensificare gli sforzi creativi sulla dinamicità della lettura digitale, l'intervista chiarisce anche del tutto, i contenuti del nuovo lavoro di Moore per Electricomics, Big Nemo, un chiaro omaggio al Little Nemo di McCay, con protagonista un Nemo adolescente alle prese con la spigolosa realtà dell' America durante la grande depressione degli anni '30 illustrata da Colleen Doran. D'altronde l'idea che McCay sia un irragiungibile maestro della cinecità delle tavoe a fumetti, Moore lo aveva già ribadito su Bleeding Cool:

"Immagino di aver pensato che, in termini di movimento cinetico all’interno di una pagina a fumetti immobile, non abbiamo mai superato Winsor McCay. Come animatore, come uno dei padri dell’animazione moderna, McCay stava ingenuamente usando la pagina a fumetti per fornire un senso viscerale di movimento, crescita e trasformazione delle forme. Stava prendendo molti elementi che George Melies aveva usato nel cinema poco prima. Così ho pensato che le tecniche di McCay si sarebbero adattato in modo molto interessante a questo nuovo medium."

"È una linea di fumetti molto belli. Se gli avessi dato troppe “migliorie”, sarebbero stati sul punto di diventare film animati economici, e non era questo che si voleva. Bisognava davvero analizzare a fondo il processo da utilizzare. Cercavo di usare ogni pagina del mio fumetto per sfruttare un tipo diverso di storytelling. Sono davvero soddsfatto dal risultato. Penso che, anche se è un leggermente deprimente, l’aspetto sia delizioso."


Di certo torneremo sull'argomento Electricomics, e sull'impatto che inevitabilmente avrà sul  nostro amato media, nel frattempo il consiglio è di leggere Big Nemo, con una grande prova grafica di Miss Doran.

Baci ai pupi. 






 

lunedì 31 agosto 2015

Le sentinelle

Ma che bello è, ogni tanto, parlare di qualcosa di imperdibile?

Con lo sceneggiatore Xavier Dorison è stato un amore a prima vista, è successo con il Santuario illustrato da Bec.
Lo scrittore parigino sembra essere particolarmente portato per le trame a sfondo militare, per la caratterizzazione dei suoi personaggi (ineccepibile), e per le storie, innegabilmente coinvolgenti. Le sentinelle,  pubblicato in seno alla collana Panini-Gazzetta Ai confini della Storia ( nn 18-19 ), racconta le vittorie e sopratutto le disfatte di una unità speciale francese di soldati potenziati, che Dorison colloca sul teatro della grande guerra del 1914-1918.
Certosino il lavoro documentaristico dello sceneggiatore francese: siamo nell'estate del giugno del 1914, l'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando D'Asburgo D'Este, rompe di fatto i precari equilibri nati dalle alleanze sancite alla fine dellottocento.
Lo scienziato Feraud, creatore di un nuovo sistema di imbrigliare l'energia radioattiva, la pila al radio,  sulla prosecuzione degli studi della scienziata polacca Marie Curie, finisce nelle mire di un esponenete dello Stato Maggiore francese, il colonnello Mirreau, già responsabile di un vecchio progetto chiamato Le sentinelle, chiuso per le ingenti somme economiche richieste.
Eventi di cui non sto a raccontarvi molto, per non rovinarvi il gusto della lettura, trascinano l'idealista scienziato direttamente sul fronte al nord della Francia dove i tedeschi stanno penetrando dopo aver sottomesso senza grossi problemi Belgio e Lussemburgo.
Questo più o meno l'incipit dell'epopea di tre uomini, modificati dal genio del dottor Kropp, che Dorison, racconterà in due volumi lussuosamante cartonati, di il cui secondo è uscito non più di qualche settimana fa.
Dorison da modo ai lettori di apprezzare le sue capacità in più riprese, ho amato di questo fumetto sotto molti aspetti, principalmente lo stimolo che spinge il lettore a documentarsi più dettagliatamente sulle vicende del grande conflitto che coinvolse l'europa nel primo decennio del 1900, l'introduzione nelle fantastiche tavole di Enrique Breccia, di stampe e fotografie dell'epoca, non fa che impreziosire l'opera, come l'illustrazione di Achille Beltrame, dell'attentato a Sarajevo dell' Arciduca.
Come detto più in alto, Le Sentinelle non è un semplice fumetto bellico, seppur con una stupenda impostazione militaresca del registro di scrittura, questa storia resta una cronaca dell' umanità, e della molteplice interpretazione della stessa alla fredda realtà della guerra, diversa per i tre membri della squadra speciale, il tormentati e reticente pacifista Feraud, uomo di scienza e di pace, ridotto dagli eventi a strumento di guerra e di propagando dell'esercito francese, il sergente Gibuti, potenziato dalle droghe, unico superstite della vecchia unità delle sentinelle, incapace di fare altro che combattere, e Pègase, giovane rampollo di una famiglia, ansioso di aggiungere il suo nome nella storia dei successi della Francia.
La battaglia della Marna, di Ypres e sulle coste Turche, ai Dardanelli, ecco gli scenari che Dorison sceglie per il suo racconto, tre fondamentali momenti per la Francia e per il mondo in generale, che lo scrittore rende il palcoscenico de Le Sentinelle,  tenendo sempre alta la componente fantastica, nutrendo di continuo il sense of wonder del lettore, senza lesinare sulla sua abilità di emozionare e coinvolgere, che non starò certo a raccontarvi, anzi direi che in linea di massima il pezzo finisce qui, inutile soffermasrsi sul lavoro di Enrique Breccia, figlio d'arte, tiene alta la bandiera di casa, con una prova sublime, le sue tavole tolgono il fiato, e per una volta, devo dar ragione ai signori che ringraziano che questo fumetto sia giunto a noi con determinati canali e non sia stato vittima di una bonellizzazione, qui ne convengo, avrebbe ammazzato una sostanziale parte dell'appetibilità dell'opera, non ultima la scelta dei due artisti, di arricchire il racconto con immagini di repertorio.
Insomma avrete capito che dopo una serie di pezzi e recensioni disfattiste sul mondofumetto italiano, finalmente torno a parlare di qualcosa in termini entusiati, Le Sentinelle di Dorison e Breccia è da avere, e toccherebbe fare più attenzione a questa collana, che ha riproposto, sempre in due volumi, anche un altro capolavoro della BD: I Maestri dell' Orzo non molto tempo fa, del quale però da buon fumettopeniaco vi invito al recupero del vecchio volume della serie oro dei classici del fumetto di repubblica, sicuramente meno caro, ed orfano solo dell'ultimo spin-off, che nulla toglie alla storia originale.


Nel leggere Le Sentinelle è impossibile non fare i dovuti paragoni, è un fumetto francese del 2008, e trasuda professionalità ed amore per questo media in ogni pagina, il lavoro di ricerca storica di Dorison, qui da noi non è che semplicemente manca, è del tutto ignorato.
Fa letteralmente sorridere in amaro modo, constatare che che se oltralpe, scrivere una storia tenendo conto del passato del proprio paese, trovare riferimenti storici ed arricchire il proprio lavoro con elementi realistici, come l'utilizzo delle prime armi chimiche, le mitragliatrici, i bombardamenti, tutte ahimè inquietanti innovazioni, che di fatto mutarono il modo di fare la guerra, o ancora trovare il tempo per ricordare ai lettori, momenti orribili della storia dell'uomo come la strage degli Armeni, nelle parole della bella Maritza, ebbene dicevo fa sorridere che se questo, rientra nella normalità nel processo di creazione di un fumetto in casa dei vicini francesi, qui da noi lo stesso processo  creativo si limita, ad imbarazzanti copertine citazioniste, l' utilizzo random di dozzinali personaggi televisivi come Gordon Ramsey, una pressochè mediocre impostazione nello scrivere.
Qui da noi più del prodotto finale da leggere, si reca una morbosa attenzione nella sua promozione, un pericoloso gioco di marketing, che di fatto ha snaturato la ragion d'essere del fumetto, a vantaggio di una non ancora chiara  social condivisione orgiastica tra autori, redattori, editori, tralasciando approfondimenti ormai superflui, constatabili nei fatti tra l'altro, vale a dire che se qui da noi, trama e caratterizzazione, sono aspetti secondari, non è il caso di stupirsi se la lettura in linea di massima è quasi sempre mediocre.
E' il caso, prima di chiudere, solo di aggiungere che, se per quel che concerne la scrittura, il divario tra Italia e Francia è incomabile,  di fatto, leggere una pubblicazione qualsiasi italiana ed una francese poco dopo, è come passare dall'interpretare una pittura rupestre e tuffarsi nella lettura di un romanzo ottocentesco, per il comparto grafico la stituazione è (se possibile) ancora peggiore, nel vedere le tavole di Breccia, le sue prospettive, le sue inquadrature, la struttura dello stesso storytelling, e poi ripiegare su una qualsiasi pubblicazione italiana, cone le sue griglie giurassiche, viene da chiedersi, se qui da noi il tempo non si sia fermato, ed abbia fermato anche la voglia di fare del buon fumetto.
D'altronde se per mesi qui abbiamo salutato una pubblicazione a colori, come la rivouzione del fumetto italiano, la dice lunga su come effettivamente siamo messi.
Insomma miei cari sono 22€, dubito fortemente sto mese possa capitarvi di spenderle meglio.
Una volta tanto brava Panini.
Baci ai pupi.