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lunedì 29 ottobre 2018

domenica 11 marzo 2018

Providence di Alan Moore Parte 1



Le origini di Providence

La nascita dell’ossatura portante di Providence risale al 1994.
E’ un racconto in prosa scritto da Moore per la raccolta The Starry Wisdom (La Saggezza delle stelle): a tribute to H.P. Lovecraft, successivamente adattato per la Avatar Press da Antony Johnston e Jacen Burrows in un fumetto a due parti dalla griglia rigidissima intitolato Il Cortile.
Se si escludono alcune eccezioni infatti, le tavole di quel primo tassello del puzzle lovecraftiano di Alan Moore, sono composte di due sole vignette, una soluzione, presumo, adottata per non sacrificare di molto, la prosa del bardo che abbonda nelle didascalie.
Il fumetto  racconta in prima persona, delle indagini di un agente FBI di nome Aldo Sax, specializzato in crimini speciali, inviato a Red Hook, per indagare su una serie di omicidi di matrice identica in cui però pare impossibile cogliere un denominatore comune.
Non a caso definisco il cortile, la struttura portante di Providence: nelle parole di Aldo Sax, nel 1994, c’è quasi tutta Providence pubblicata anni dopo, nel 2015.
E manco a dirlo, tutto è incastrato in maniera certosina.
Ho deciso di rimettere mano su Fumettopenia, che avevo praticamente abbandonato a se stesso, per
esaltare l’ultima fatica a fumetti di Moore pubblicata in Italia, la penultima a dire il vero, se si considera l’antologica horror Cinema Purgatorio, per il semplice fatto che, salvo eccezioni, nessuno ne parla.
Probabilmente in Italia è arrivato il fumetto horror definitivo, ma nessuno ne parla.
Leggo centinaia di commenti entusiasti su Mercurio Loi, sulla giovinezza di Tex , sui nuovi mash up Marvel, gli ormai ciclici rilanci DC, leggo e sento di lodi a scrittorucoli moderni come Millar e Kirkman, e nessuno che spenda due righe per un fumetto come Providence.

Quindi cominciamo pure, e diamo il via a questa aperiodica guida alla lettura. 


“La magia e il linguaggio sono praticamente la stessa cosa, o almeno sarebbero stati considerati così nell’antichità.
Io credo che sia saggio e prudente trattarli come se fossero la stessa cosa.
Il materiale su cui lavori – le parole, il linguaggio, la scrittura – è pericoloso, è magico, devi maneggiarlo come se fosse radioattivo.
Non dubitarne neanche per un istante.”

(2002, The Craft Engine comics)

E se una affermazione del genere potrà apparirvi assolutamente priva di fondamento, probabilmente è perché non avete letto poi così tanto di Alan Moore.
Elaborazioni di questo concetto sono seminate in moltissime sue opere ultime:
Promethea, From Hell, Il cortile, La voce del fuoco e naturalmente in Providence.

Ma per adesso metteremo da parte questo concetto, e ne riparleremo quando atomizzeremo il terzo tomo, per ora tenete a mente questa dichiarazione di Moore a mò di monito, tutte le volte che riterrete pesanti le pagine dello zibaldone o gli allegati in prosa presenti in Providence.
 
Providence Vol. 1

Capitolo 1  Il segno giallo


Il volume si apre con uno Zoom-out: un uomo su un ponte in Bryant Park che strappa una lettera d’amore.
Due righe sui protagonisti di questa prima pagina.
L’uomo che strappa la lettera e ne lascia cadere  i brandelli nel fiumiciattolo è l’avvocato Jonathan Russell, noto nell’ambiente omosessuale di New York anche con il nome di  Lillian Lily Russell, amante di Robert Black, autore della appassionata missiva e protagonista dell’ opera di Moore.
La lettera è datata 12 aprile 1919, due mesi prima del giorno in cui si svolgono i fatti del primo numero di Providence, il 5 Giugno 1919, data che appare in testa alla prima annotazione sullo zibaldone di Black in appendice al fumetto.
A detta di alcuni appassionati oltreoceano, Lily Russell è probabilmente un omaggio all’ attore teatrale, Julian Eltinge, famoso Crossdresser reso celebre per la sua bravura nell’interpretare ruoli femminili  nei primi anni del 1900 a cavallo della febbre americana per il vaudeville, passata con la grande depressione.
Nella pagina successiva, negli uffici del New York Herald, facciamo la conoscenza di Ephraim Posey, Prissy Turner, Freddy Dix  ed in primo piano alla macchina da scrivere, Robert Black.
Julian Eltinge
 
Il dialogo tra i personaggi ci porta ai primi importanti riferimenti:
Il Sous Le Monde, i riferimenti al Re Giallo di Chambers ed ovviamente alla prima citazione del Dottor Alvarez, la controparte di Providence del protagonista di un racconto di Lovecraft intitolato “Aria Fredda” del 1926 che parla di un medico, il Dottor Munoz, che aveva trovato il modo per sconfiggere la morte attraverso un sistema di refrigerazione costante del proprio corpo e del’ambiente in cui risiedeva.
Per darvi un’idea del lavoro certosino di Moore  nel plasmare un universo letterario basato sulle opere di Lovecraft basta leggere la prima vignetta di pagina 4:
Black: “C’era un dottore che ha scritto un saggio sul libro e che viveva…ah ecco, sulla quattordicesima ovest…un certo dottor Alvarez”
Ed un passaggio del racconto originale di Lovecraft:
“Però dopo un certo tempo mi capitò di trovare, nella quattordicesima strada, una casa che mi spiaceva molto meno delle altre che avevo sperimentato. Era uno scuro edificio di 4 piani che risaliva senz’altro a metà dell’ottocento.”
L’edificio realmente esistente a New York, era la residenza di uno degli amici di Lovecraft nella grande mela, George Kirk.
Lovecraft lo elesse a teatro di una delle tre storie scritte durante il suo soggiorno a New York, per l’appunto “Cool Air”

Ad impreziosire il tutto e far realizzare al lettore dell’esistenza dei moltissimi piani di lettura di Providence, ci pensa l’illustratore Burrows, che in copertina del primo TP mette proprio il 317 della Quattordicesima strada, un edificio di 4 piani con illuminata una finestra dell’ultimo piano di una sinistra luce azzurra,  la dimora del dottore non-morto.


Torniamo in redazione, dove con piccoli indizi Moore dice al lettore che la storia si svolge in un mondo che potrebbe essere anche il nostro, quello reale,  dove la letteratura di Lovecraft è perfettamente fusa con la nostra quotidianità:
“Quel farabutto di Hearst” è riferito al magnate della stampa W. R. Hearst, che nel novecento insieme a Pulitzer ha influenzato il modo di fare giornalismo, introducendo uno stile giornalismo scandalistico più forte nella forma che nei contenuti.

Il diavolo del Jersey, che il signor Dix vuole ostinatamente usare come argomento per riempire la mezza pagina mancante, è una leggenda metropolitana degli inizi del 20° secolo, una leggenda però che portò l’attenzione dei giornali quando gli avvistamenti dell’infausta creatura arrivarono a circa un centinaio.
Nelle pagine 3-4 in due tavole dove Burrows sposta il punto di vista del lettore continuamente nei quattro angoli dell’ufficio, si menziona per la prima volta il “Sous le monde” (dal francese Sotto il mondo), un invenzione di Moore, un libro con forti analogie all’opera più nota di Robert Chambers, Il Re giallo, sempre secondo gli appassionati oltreoceano l’espressione Sous Le Monde proviene da Victor Hugo, nella prefazione alla sua raccolta di poemi, intitolata Odes et Ballades infatti si legge:
 
Sotto il mondo reale, c'è un mondo ideale, che si mostra splendente per gli occhi di coloro che sono seriamente abituati a vedere nelle cose più di quel che mostrano.
 
Un concetto molto ricorrente nei fumetti di Alan Moore, come si può vedere nella Lega degli straordinari Gentlemen e Promethea, e che di fatto è alla base del dialogo tra Black e il dottore, che ispirerà poi il povero Robert a scrivere un romanzo sull’America celata, come una chiara metafora per parlare della condizione dell’omosessuale nel mondo contemporaneo.


Il libro che fa impazzire citato da Prissy è ovviamente Il Re giallo di R. Chambers, una raccolta di racconti, che pare abbia ispirato anche l’opera di Lovecraft.
Nei due racconti: Il riparatore di reputazioni,  ed Il segno giallo, si menziona di questo glifo, concepito e scritto in un’ altra dimensione, nella città di Carcosa che genera follia in quelli che lo vedono, chi ha letto il Neonomicon, non può non vedere le assonanze con lo spacciatore Carcosa, che fa impazzire chiunque lo ascolti parlare nella lingua Aklo


 I riferimenti all’opera di Chambers, la cui presenza nella miniserie di Moore diverrà chiara solo nell’ultimo capitolo, non si esauriscono, nella pagina successiva Burrows torna a farci vedere Lily Russell che passeggia verso una particolare struttura in Bryant Park, lo si riconosce dal pontile e dai fogli che galleggiano sulla superficie dell’acqua.
Sempre a tavola 5 nelle vignette 2, 3 e 4 si vede una farfalla, Mariposa, in messicano è anche l’aggettivo con il quale si additano i gay, secondo chi quest’opera l’ha letta davvero, è un indizio che fornisce al lettore attento, i motivi del suicidio di Lilian.
L’edificio in cui si sta recando Lilian è infatti una Camera Letale, citata sempre da Chambers nel Riparatore di reputazioni (1895), dove, cito il libro, “C’è una morte indolore che attende chi non sopporta più le pene di questa vita”, e tanto per sottolineare l’ovvio e zittire un po’ tutti quelli che criticano il lavoro di Burrows, a mio modesto e superfluo parere, perfetto per illustrare la sceneggiatura maniacalmente certosina di Moore, basta dare un’occhiata alle tavole 5-14 e 18 e tornare a leggere il racconto di Chambers che descrive così la struttura: “Lasciai la folla a fissare a bocca aperta i marmi bianchi della camera letale e percorsi la Quinta Avenue…”

Tavole 6-7: Moore sta imboccando i suoi lettori lentamente, le vignette nei toni di seppia forniscono altri indizi sul protagonista della saga Robert Black, per il quale, l’autore, quasi certamente prende ispirazione per lo scrittore Robert Bloch, una sorta di protetto di Lovecraft, al quale lo stesso HPL si ispirò per il personaggio R. Blake, e Samuel Loveman, un poeta americano ebreo omosessuale con il quale Lovecraft scambiò una intensa corrispondenza, fino a quando Loveman non scoprì l’antisemitismo del creatore dei miti di Cthulhu,e di cui torneremo a parlare alla fine della saga.

Come Bloch, Black è uno scrittore del Wisconsin, ed è Ebreo, come anche Loveman, che è omosessuale.
Nella tavola, in seppia vediamo un giovane Robert pressato dalle aspettative della famiglia:
“Il miglior dottore del Wisconsin, che te ne pare? Sposato con una qualche bella ragazza”
Tutte infrante:
“Perché qua nessuno sa scrivere? Non ci sono più giornali da queste parti?
Robert cosa c’è a New York che non c’è a Milwaukee?”

C’è probabilmente la speranza di vivere la propria omosessualità in maniera più libera, un' altra aspettativa che verrà infranta dal muro di realtà in cui vive la comunità gay newyorchese, che porterà Black a nascondere la sua natura anche nella grande mela.


Nella tavola successiva,il ristorante dove Black si concede una pausa pranzo prima di recarsi ad intervistare il dottor Alvarez è un ristorante della catena Horn & Hardart, una catena di ristorazione automatizzata che aprì il suo primo locale a Philadelphia nel 1902 e nel 1912 a New York.  
Ispirati dalla catena ri ristorazione automatizzata tedesca di Max Sielaff.
E’  proprio il dialogo tra Black e il suo amico Charlie nella caffetteria, illustrato in questa tavola, che suggerisce nuove importanti informazioni su Black e Lilian, e la loro non dichiarata omosessualità.

 

Secondo alcuni lettori, che trovano conferma  nel libro Gay New York: Gender, Urban Culture, and the Making of the Gay Male World, 1890-1940 di George Chauncey , infatti, nelle espressioni usate da Charles, nonché nel suo abbigliamento, sono insiti messaggi codificati per comunicare la propria omosessualità, come per esempio il papillon rosso, e come vedremo più avanti, il completo del Detective Malone nel secondo capitolo.

Prima di fiondarci a casa del Dottor Alvarez: per i più curiosi a tavola 8 nella terza vignetta a sinistra, campeggia uno striscione del cosiddetto Temperance Movement, il movimento di protesta contro il consumo degli alcolici che proprio in quegli anni evolverà nel proibizionismo.

 

Mentre a Tavola 9 nella vignetta in alto in seppia, assistiamo al primo incontro tra Black e Johnathan Lilian Russell, durante le sue prime incursioni nelle zone frequentate dagli omosessuali, una volta arrivato a New York, la retata del 1903 all’Ariston Hotel, che accenna nella prima vignetta, diventerà famosa come il primo raid anti-gay nella storia di New York.

L’Ariston Hotel infatti era uno dei più noti luoghi di ritrovo per la comunita omosessuale della grande mela.  

Ed eccoci finalmente arrivati a casa del dottor Alvarez: ultima vignetta tavola nove, tavola dieci, il ritmo della narrazione cambia per un momento, la tecnica usata in questa sequenza secondo alcuni forum americani è la page turn reveal, in pratica il protagonista o i protagonisti della tavola guardano verso qualcosa che viene rivelato al lettore solo girando la pagina dell’albo, qui osserviamo Black che sta guardando qualcosa, e solo nella pagina successiva, si realizza che è finalmente arrivato a quel famoso edificio in arenaria sulla quattordicesima che segnerà il suo destino in maniera irrimediabile, e che domina la copertina del primo numero con il 4 piano illuminato di quel gelido azzurro.

Un esempio di Page Turn Reveal in Croosed +100

 

Un esempio di Page turn Reveal di J. Kirby sulla serie dedicata a Jimmy Olsen




 


Ed è a questo punto della lettura che ho pensato chissà come mai, a quando Liefeld disegnando le sue calzamaglie, faceva sfondare finestre ovali d i suoi characters anonimi, che nella pagina successiva diventavano, senza motivo alcuno se non pura sciatteria, quadrate o rettangolari.

Leggere ed appassionarsi a Providence richiede tempo ed attenzione, ma è una passione che ripaga, d’altronde  leggere  un qualcosa di Alan Moore, è una esperienza assolutamente diversa dal leggere di qualsiasi altro autore, e se è vero che ha dato l’addio al mondo dei comics, potete star certi che la nona arte ha perso il suo più grande autore, e la letteratura non illustrata ha guadagnato, un nuovo genio.  

Memore della bravura dello scrittore di Northampton nello giocare con i personaggi letterari del passato, chi ha letto la Lega degli straordinari Gentlemen sa perfettamente di cosa io stia parlando, basti vedere il trattamento riservato al buon vecchio caro ispettore  Dupin, a come Moore gioca con le date di pubblicazione delle sue opere e ce lo propone ormai vecchio e ritirato negli ultimi anni del 1800, o ancora rileggere alcuni stupendi passaggi dell’ Almanacco del Nuovo Viaggiatore, insomma dicevo memore di questa passione del Bardo, ho controllato alcune cose alla base dell’incontro tra Black ed Alvarez/Munoz.

Ebbene l’incontro avviene nel 1919, quattro anni prima degli eventi drescritti da Lovecraft in “Aria Fredda”, ambientato invece tra la primavera e l’estate del 1923; alla fine del racconto, su un foglio vergato dallo stesso dottore ormai liquefattosi in una pozza nauseabonda ed informe di poltiglia di carne putrefatta, c’è una confessione in cui il medico rivela di essere morto già da 18 anni, quindi nel 1905, 14 anni prima dell’incontro con Black.

E quindici anni prima della richiesta inerente la traduzione del testo alchemico arabo, a quel Robert Suydam che conosceremo meglio nel capitolo 2 di questa meravigliosa saga horror, ad un anno dalla sua morte, il 1904, se la matematica non è un opinione.

Ed ecco che il monito del bardo sul come ci si debba approcciare alla lettura ritorna prepotente.

Nessun altro autore ti stimola in questo modo, col giusto paio di occhi tutto scivola in maniera perfettamente coerente, e vanifica qualsiasi critica si possa muovere a questa saga, una tra tante, la sovra esposizione del sesso già vista nel Neonomicon che ha scandalizzato gli appassionati di Lovecraft, che per contro nei suoi racconti non ha quasi mai nemmeno introdotto personaggi femminili, figurarsi il sesso.

 

Nel 1904 probabilmente conscio della sua prossima dipartita, il dottore Alvarez/Munoz si documenta per preservare la sua vita, una opportunità di salvezza viene fuori dal Libro della sapienza dele stelle, ovvero il grimorio arabo Kitab al Kimah al najmiyya, ed ecco che parte la richiesta all’inquietante personaggio di Flatbush, Robert Suydam, per una copia tradotta, in particolare della sezione inerente i 4 metodi per la vita eterna.

Dopo aver approntato nel suo appartamento gli opportuni espedienti per tenere l’ambiente costantemente ad alcuno gradi al di sotto dello zero, il buon dottore come un emulo del signor Valdemar di Edgar Allan Poe, nel 1905 muore, eppure continua a vivere grazie alle formule del Kitab, godendo nei 15 anni successivi di una vita prigioniero della sua gelida condizione, riscaldato solo dall’affetto della sua proprietaria la signora Ortega/Herrero vedova che si concede al dottore come si deduce chiaramente dalla visita senza preavviso de Black.

Nulla di strano se, nel 1923, durante il racconto “Aria Fredda” la condizione fisica e mentale del medico sia così compromessa da averlo reso cinico freddo e apparentemente folle, ormai insensibile a quell’amore pur clandestino  di cui aveva goduto negli anni precedenti:

“Via via che le settimane passavano, notavo con dispiacere che il deperimento non soltanto fisico, ma mentale del mio nuovo amico, si andava irrimediabilmente accentuando.

Il colore della sua faccia si era fatto più livido, la sua voce più roca e indistinta; i suoi movimenti erano meno perfettamente coordinati, la sua mente meno pronta, la sua volontà meno efficiente.

…Aveva ora strani capricci, manifestava una passione insensata per le spezie esotiche e l’incenso egiziano, tanto che la sua stanza odorava cometa tomba di un faraone nella valle dei Re.”

Insomma il dottore di Aria Fredda rappresenta il futuro prossimo del dottore che incontra Robert Black, ancora umano seppur già morto.

D’altronde graficamente l’immenso Burrows sottolinea questa condizione a più riprese nel corso della sequenza: il colore della pelle livida di Alvarez, rispetto a quello della vedova Ortega e dello stesso Black, a Tavola 13 nella seconda vignetta alla sinistra di Black scorgiamo una parte del macchinario per tenere la casa in un clima gelido, le bottiglie contenenti le sostanze per i procedimenti chimici, tra cui l’ammoniaca che Black annusa  a Tavola 12 nell’ultimo riquadro, il macchinario torna visibile a Tavola 15,Vignetta 2,  e ultimo ma  importantissimo, la condensa d’aria che si nota sul viso di black quando lui parla, il suo respiro produce nuvole di aria calda nell’ambiente freddo, che invece il buon dottore, ormai morto, è incapace di  produrre.

A tavola 16, Alvarez parlando del libro di Guillot cita i 2 dei 4 metodi per prolungare la vita:
1. La rianimazione dei cadaveri  viene dal racconto “Herbert West Rianimatore”
2. Il trapianto delle anime è alla base dei tre indimenticabili racconti, L’ombra venuta dal tempo, La cosa sulla soglia e Il caso di Charles Dexter Ward .
Il terzo che prevede di conservare il corpo attraverso il freddo  è quello che usa lo stesso Alvarez, del quarto parleremo più avanti quanto nel capitolo 3 faremo la conoscenza del Capitano Shadrach Annesley, che invece ha adottato il metodo del cannibalismo.
Prima di chiudere questo primo capitolo alcune sottolineature  per farvi conoscere meglio il meccanismo narrativo di Alan Moore, d’altronde qualsiasi cosa, ti appassiona sostanzialmente se la capisci, è una regola che vale per tutto e non solo per la lettura, quindi:
A Tavola 4 vignetta 4:

“Per quanto ne so Alvarez potrebbe essere rigido come un cadavere”. Black lo dice ai suoi colleghi dell’Herald prima di uscire per l’intervista, curioso che si parli di un individuo già morto da molti anni che sta ritardando la sua decomposizione grazie alle pratiche magiche descritte del Kitab.

A Tavola 13 vignetta 4

“Vede l’amore non è interrotto dalla morte, senza di esso non è possibile tollerare questo mondo” ed a Tavola 14 Moore e Burrows, ci portano nella camera letale a vedere Jhonathan Lilian Russel decidere del proprio suicidio proprio per le delusioni d’amore avute dal pavido Robert.

A Tavola 19 vignetta 4

“Nel mio caso senza la signora Ortega, credo andrei in pezzi”, ebbene come non notare che in “Aria Fredda” chi va in pezzi nel 1923, è un dottore arido, gelido e decisamente senza amore, spinto solo dall’ossessione di non morire.
L’amore insomma esiste, persino nell’universo di Lovecraft, sembra questo il messaggio definitivo di questo primo albo di Providence.
E l’amore e la sua assenza generano conseguenze, questo primo albo, non è solo un mero adattamento a fumetti di Aria Fredda, è l’overture della saga horror più bella di sempre probabilmente, caduta già nel dimenticatoio forse per via dei tempi moderni ipercinetici, che non permettono tante incantevoli riflessioni.
Questo primo albo parla della morte di Jonathan Lilian Russel, del suicidio per amore di un rampante avvocato ferito dalla vigliaccheria del protagonista e dalla sua incapacità di vivere i propri sentimenti in maniera più trasparente, e Moore nel corso del primo capitolo dissemina indizi tavola dopo tavola, come quando a Tavola 21 vediamo Black mettere fine alla sua relazione con questa misteriosa Lilian di cui vediamo sempre e solo le mani, ed occhi attenti, noteranno che quelle mani hanno unghie smaltate solo in ambienti chiusi e privati, tutta via è solo nelle ultima tavole, al rientro dall’incontro con Alvarez, che l’intreccio finalmente si scioglie ed esplode in tutta la sua potenza.
Alla fine l’argomento per quella mezza pagina ancora libera è saltato fuori dalle cronache locali, un giovane avvocato  ha deciso di suicidarsi nella Camera letale in Bryant Park, il nome del suicida lascia Robert Black terribilmente colpito, e nello zibaldone in appendice lo leggeremo  chiaramente:
è Lilian che si è ucciso perché Robert aveva deciso di rompere in preda al panico, dopo aver saputo che il suo amante conoscesse il suo capo.
Impaurito che in qualche modo potesse trapelare  la sua omosessualità, ha deciso di troncare la relazione e continuare a nascondersi e fingere.
La morte di Lilian e la sincera volontà di redimersi scrivendo un libro sui segreti più inconfessabili della società americana, quella esoterica come metafora sulla condizione degli omosessuali nell’america di quegli anni, porterà il povero black nel vortice di eventi che sconvolgeranno la sua vita in maniera irrimediabile, e diciamolo, non solo la sua.
Letto con il giusto paio di occhi, Providence, renderà obsoleta qualsiasi altra lettura del media, perché e casomai ce ne fosse bisogno, ribadiamo leggere Moore è qualcosa di estremamente diverso che è leggere un albo DC, un albo Marvel, uno Image, un manga o persino, dio mi scampi un albo Bonelli, rapportarsi alla stessa maniera a letture così differenti non potrà che ridurvi alla stregua dei tanti idioti che additano Moore un attempato inacidito spocchioso, e le sue ultime produzioni, successive alla sua conversione alla magia per così dire,  come freddi esercizi di stile fine a se stessi, qualsiasi cosa significhi una assurdità del genere.
Ed anche se probabilmente non è così, a me piace pensare che il nudo della signora Ortega  che chiude l’albo, è la risposta alle molte critiche  ricevute negli anni al Neonomicon, ed alla sublimazione del sesso in quelle pagine.
Sembra quasi che Mooree Burrows si rivolgano proprio ai fanatici dei miti di Cthulhu e della letteratura intera del  misogino antisemita Howard Phillips e dicano a quei lettori:
Tutti scopano prima o poi, persino Lovecraft.
D’altronde quale altro motivo se non l’amare incondizionatamente una persona avrebbe portato il narratore interno del racconto Herbert West Rianimatore,  a rendersi complice delle più indicibili nefandezze fatte su corpi morti?
Ma di quest parleremo nei  prossimi capitoli.
Sempre se mi torna la voglia di scrivere.
Baci ai pupi ed alla prossima.
 

 

 



 



sabato 26 novembre 2016

Una normale famiglia italiana di cannibali



Non ho mai particolarmente apprezzato lo splatter come genere.
Anzi direi che non l’ho mai potuto reggere più di tanto.
Per esempio, non ho mai finito di vedere un film di Rob Zombie in vita mia, se posso, robe come Cannibal Holocaust e Green Inferno, faccio a meno di vederle,
stesso dicasi per Cabin Fever, The Hostel, Non Aprite quella porta, tutte pellicole che non reggo fino alla fine, e che se costretto a guardare da improbabili serate tra amici, guardo con un occhio solo.
Non che abbia paura, però di sicuro un film su un pazzo che passa le ore a scuoiare e scannare senza ragione a destra e a manca mi mette di sicuro più ansia che un film sulle possessioni demoniache o su fantasmi vendicativi ed assassini.
Nei fumetti è  la stessa cosa, mai letto Mostri e Splatter ai tempi che furono, e di sicuro Delirium, è uno dei Dylan Dog che più mi lasciano inquieto.
Più che altro lo trovo un genere altamente ripetitivo, un po’ come il fantasy, dove gli elementi con cui costruire una storia sono sempre gli stessi e gli autori devono inventarsi, modi sempre più improbabili di sconcertare il lettore, scegliendo nuovi  modi per evirare, amputare squartare…un po’ come il Punitore Max di Ennis, di base la storia era sempre la stessa, ma per lasciare i lettori coinvolti, toccava trovare nemici sempre più meritevoli delle peggiori infamate Frank potesse immaginare.
Per questo motivo, quando mi sono ritrovato a leggere 11 numeri di fila della Famiglia cannibale italiana delle Edizioni Inkiostro ero decisamente scettico sull’appetibilità del prodotto.
Inoltre era un prodotto italiano, e l’ultima cosa con etichetta italiana, che io abbia letto ed apprezzato, credo di averla pagata in lire.

Quando il signor Piccioni  quindi ( che io ovviamente, non sapevo chi fosse, se non un membro del gruppo facebook legato al blog) mi ha contattato per propormi la lettura della sua Cannibal Family, ho cominciato ad avere i sudori freddi.
Con il passare degli anni, ho dovuto rendermi conto che la mia attività di blogger, non mi ha portato certo le simpatia degli editori, anzi diciamo che non godo di troppi favori in genere alle corti  di questi, ma a dirla tutta se è per questo nongodo di forti simpatie nemmeno tra parecchi lettori, ho perso il conto della gente che mi segnala, mi blocca, mi cancella, una situazione che confesso, ormai mi diverte, è bello fare la parte del Dottor Morte, non ci vuole poi mica tutta questa abilità a sviolinare dediche melense a Tizio, Caio e Sempronio, quindi tutto sommato va bene così.


Il teorema pessimista di fumettopenia, per chi segue il blog è abbastanza noto, vale a dire l’annichilimento del fumetto italiano per mano di autori mediocri, lettori dementi e circuito critico marchettaro ed asservito, credo si trovi QUI, è per questo che quando è arrivato il corriere con questo bancale di materiale da leggere in casa, una volta convinto mia moglie che voleva accoltellarmi convinta che avessi pagato il tutto, mi sono ritrovato nella spiacevole condizione, eticamente parlando di privato con uno strumento divulgativo e con del materiale di un editore in visione.
Un passo falso e l’etichetta di marchettaro era attaccata per sempre.
Neanche per sogno,  ma credetemi non è una situazione semplice, per questo mi sono preso i miei tempi ed ho letto Cannibal Family, un albo alla volta, con le dovute pause, per il semplice piacere di leggerlo piuttosto che come un lavoro da svolgere.
E comunque il sig. Piccioni era stato avvisato, non sono esattamente di bocca buona e vivo nella felice condizione di pregiudizio selvaggio verso i prodotti nostrani.
Con il passare dei giorni però, mi sono accorto che nonostante i tocchi di carne ed i litri si sangue che sfondavano la griglia e mi si riversavano addosso, questo benedetto Sig. Petronio mi stava catturando in maniera inquietante.
Al punto che negli ultimi giorni ho letto solo ed esclusivamente quello, fino all’ultimo numero pubblicato, l’undici, una lettura da cui è emersa una buonissima storia (nonostante lo splatter), una caratterizzazione dei personaggi assolutamente più che dignitosa, un progetto seriale audace nonché una sceneggiatura  incalzante che splitta tra passato e presente con una facilità disarmante, gravida di personaggi e situazioni godibili ed intriganti.
Senza spoilerare troppo posso dirvi che nel mio caso, galeotti furono il personaggio della cagna nazista,  che da sola è un ode sublimata alla sindrome di Stoccolma, e Gabriele il nipote pazzo che cresce di spessore come character, numero dopo numero.
Il comparto grafico della serie è notevole, dalle copertine alle tavole, è tutto un bel vedere se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, le più deboli, sono alcune storie che illustra lo stesso Piccioni, tipo l’ultima parentesi in Giappone, in cui appare piuttosto confusionario e frettoloso, ma per il resto delle volte, anche l’editore barra scrittore si difende con onore.
Se il giovane Alfredo Petronio d’altronde ha il suo fascino demoniaco, è per merito di Piccioni che mi sembra di capire, sia l’ideatore della linea temporale in cui si narrano le vicende del passato legate a questo cannibale italiano.
Poi come già detto qualche riga più su, e non pensavo di scrivere in maniera tanto entusiasta per qualcosa di italiano: la serie è gravida di personaggi, sottotrame ed idee, come i vermi rigeneratori, il mattatoio in cantina, le cameriere in abitini sexy ammutolite da una ball gag alla bocca, che sono certo hanno qualcosa da raccontare prima o poi, visto la certosina passione usata sul cast dal team di autori.
Insomma, lungi da me, usare termini pomposi che di solito ormai riservo solo ai giganti inglesi, come capolavoro ed opera d’arte Cannibal Family nel panorama italiano è un’isola felice.

Magari definirla felice,visto i temi truculenti, non mi sembra il caso, ma è comunque un isola più che ospitale e fertile nel mare morto che è l’editoria italiana.
A grandi linee, per lasciare curiosi quelli che ancora non sanno cosa sia, il fumetto parla di una ricca famiglia italiana, i Petronio, i cui membri sono tutti dediti al cannibalismo.
Il patriarca, Alfredo però, impone un rigido codice morale ai membri della sua famiglia, a tavola cucinati in tutte le salse, ci finiscono soltanto membri della società che hanno in qualche modo recato danno al prossimo, dalla bella arrivista che sposa un allocco per denaro, all’imprenditore che licenza gli operai e opta per manodopera a basso costo, il codice morale di Petronio insomma  prevede che solo chi merita una punizione esemplare, finisca nella sua dispensa, una trovata semplice che impedisce a chi legge di estraniarsi ed annoiarsi nella lettura, e che coltiva al contempo nei lettori,  una malcelata simpatia verso questa atipica famiglia, per alcuni di loro sicuramente se non altro.
Insomma sul gruppo facebook legato al blog che perdura nonostante tutto, non era raro leggere commenti entusiasti su questo editore, commenti che ho sempre preso con robuste e grosse molle, per via di mie quasi incrollabili e maligne supposizioni, dopo undici numeri devo fare un passo indietro e ridimensionare il mio pensiero nichilista: oggi il mare de merda italiano è cesellato da almeno un porto valido, e non è quello Proibito della Bao, ma è una sorta di inquietante Tortuga, che ammalia e conquista i suoi avventori con il fascino dell’ orrore puro.
Cannibal Family, è un prodotto nostrano altamente valido, forse uno dei pochi, e la piccola realtà editoriale  delle Edizioni Inkiostro è affascinante proprio per via del suo anacronismo, in un periodo editoriale in cui le uniche proposte editoriali sono in calzamaglia, figlie stupide del web, o opere (dio mi perdoni) sature di una autorialità che francamente poi latita, Inkiostro ha optato per un genere narrativo che pensavo inflazionato, morto e sepolto, e che in Bonelli per esempio, comunque non ha portato i risultati sperati, nonostante la campagna di marketing martellante come un bombardamento americano in Vietnam. 

Una scelta che pare sia stata abbondantemente premiata dai lettori, e Moore mi perdoni, anche da me.
Quindi si, visto la mia reticenza verso il genere e la nazionalità della serie, e visti i risultati, non posso che consigliarvi la lettura di questa Cannibal Family, se poi siete di quelli che ai concerti di gruppi grindcore adorano ricevere in testa secchiate di frattaglie dagli artisti sul palco, direi che Cannibal Family è un prodotto essenziale.
Ma credo la vera vittoria sia conquistare lettori che detestano il genere splatter, e la bravura di Piccioni e co. (perdonatemi se non cito tutti) ha saputo relegare gli sventramenti ad una cornice.
Ora aspetto esca il dodici con inaspettata ansia.
Baci ai pupi.

Anzi c'è una cosa che poprio non mi è piaciuta di Cannibal Family: la ricetta in quarta di copertina, quella è davvero disturbante, ma inquieta solo me?

mercoledì 16 novembre 2016

La visione di Tom King


E' sempre così che va quando arriva sugli scaffali un volume che, sembra l'intera comunità di lettori aspetti con ansia.
Anche se sostanzialmente non ti tange, c'è una piccolissima parte del tuo cranio, autonoma, che continua a lavorare a pensieri negativi ed autolesionisti, un pò come quando sai che c'è una festa della madonna in città e tu per un motivo o per un altro la mancherai.
Vedi tutto in una prospettiva sballata.
E' esattamente questo che è successo con la famosa Visione di Tom King.
A sentire i lettori italiani, lo zoccolo duro, quello duro de comprendonio almeno, questa serie è una delle più rivoluzionarie nella casa delle idee, più adulte e più mature, addirittura.

Una storia carica di significati e di una analisi del diverso, come mai si era visto prima.
Io alla fine ho scelto di andarci a questa festa, ma memore dei mille bidoni tirati da editori e lettori, ho deciso di andarci da imbucato, ed il volume di cui sopra, invece di comprarlo, me lo sono fatto prestare in cambio dei due tomi di Providence di Moore e Burrows.
Ad occhio e croce direi che è andata meglio al mio compagno di merende.
Avrete intuito che al contrario di molti forum, siti e pagine di settore, a fumettopenia, questa famosa Visione, dopo attenta lettura, non ha fatto ne caldo e nè freddo.
E per quanto vi sembrerà incredibile, nonostante lo abbia letto appena due giorni fa, sta già scivolando via dalle maglie della memoria ad una velocità spaventosa.
Sia chiaro, non è manco una brutta storia, è che non c'entra assolutamente nulla con Visione, men  che meno con i vendicatori che ogni tanto fanno capolino nelle pagine.
Non so cosa gli sia successo a Visione durante le guerre segrete di Hickman, fatto sta che qui, all'alba dell'ennesimo restart Marvel, ce lo ritroviamo alla periferia di Washington, con moglie e prole sintezoide di ultima produzione.
In termini di continuity non si capisce bene questa scelta imperovvisa, non che Visione poi sia così vergine alla sperimentazione della vita di coppia.
Fatto sta che l' acclamata serie di King, si riduce a questo: un androide ansioso di emulare gli umani, va a vivere nella classica stradina di borgata borghese americana calandosi nella routine del vero sogno americano contemporaneo.

E come il genere umano che vuole emulare, si ritrova a compiere scelte  palesemente sbagliate.
Stravolgendo tanto per cambiare l'ennesimo character della casa delle pessime idee.

uno dei momenti evidentmente più adulti di Visione.

Nulla di nuovo se avete già visto, Rdward mani di forbice, American beauty, Desperate housewife, La moglie perfetta, e qualsiasi altra cosa di quel filone della serie "l'orrore dietro la quotidianeità".
Ignoro perchè i siti di settore ed i lettori si spertichino in complimenti melensi, come ignoro dove sia nascosta in questa lettura,  la chiave più impegnata della miniserie, insomma ho visto affrontare il tema della diversità in maniera più toccante in Voglia di Vincere con Micheal J. Fox nelle vesti di un adolescente licantropo.
Tutta la pantomima sul robot che si ostina a voler diventare uomo poi, è piatta e vecchia,  farne un cardine di questa ennesima delusione semiseriale (nel senso che ormai le serie non vanno oltre i dodici numeri) evidenzia una paurosa carenza di esperienze: i temi che qui si accarezzano appena, sono decisamente più vivi in altri prodotti:
Blade Runner in primis, ed ovviamente il romanzo originale da cui il film è tratto, o la saga di Ghost in the Shell di Shirow, o Io Robot, solo per citarne alcuni.
Il problema di questo Visione è doppio: come Thriller fantascientifico, l'ambientazione in un universo fumettistico come quello marvel è deleteria, le sporadiche apparizioni dei colleghi vendicatori sono ridicole e tremendamente fuori luogo, come fumetto Marvel è anche peggio, quello in quelle pagine non è certo Visione, al di fuori dei rendersi intangibile e volare, nulla di quello che fa questa Visione è riconducibile al membro dei Vendicatori. Non vedo in che modo un androide che copre il delitto della moglie o bullizza il preside della scuola in cui suo figlio è protagonista di un episodio di violenza su un ragazzino, possa essere ricondotto ad un characters che appena qualche serie fa era totalmente diverso.
Probabilmente con la giusta  etichetta l'idea di King ( ribadiamo, che ha tutto meno, l'originalità) poteva essere interessante, quel logo marvel però si porta dietro il suo carico rischioso, Visione è una storia di supereroi, e pertanto l'infausto finale del primo volume fa intendere che la trama si risolva alla solita maniera.
Poi in che modo la vecchia balia dei figli di Visione e Scarlet, sia un fantasma con tanto di nefasta profezia nell'ultima pagina, e una maga viva di carne ed ossa nelle prime pagine , io non l'ho capito, ma presumo sia perchè non leggo i Vendicatori da più o meno qualche secolo, da quando la balia di cui sopra, morì per mano di Bendis, in Vendicatori Divisi, IMHO il vero inizio della fine nella casa delle idee.
Deluso da questa ennesima lettura Marvel mi sono messo a cercare opnioni di altri siti, e mi sono imbattuto in quella di Comics Preview che ho trovato  a dir poco esilarante.


E’ un’opera destinata ad esaurirsi, poiché è, senza dubbio, la migliore serie supereroistica sul mercato.  Chi vi dirà il contrario non l’ha letta, oppure ha problemi personali con la Casa delle Idee o ha perso per strada il gusto del bello. Pochi fumetti di genere supereroistico hanno raggiunto, negli ultimi 10 anni, un livello qualitativo simile a questo La Visione volume 1 

Evidentemente ho problemi con la casa delle idee, perchè a me sta miniserie non solo non mi è piaciuta, ma faccio fatica ad inserirla nelle migliori letture della settimana, settimana in cui l'unica alternativa è l'Antman di Spencer, figuriamoci tra le migliori serie a fumetti degli ultimi dieci anni.


Tom King non si è limitato a raccontare un evento, ma è andato oltre, raggiungendo un livello di scrittura fuori dall’ordinario. King non ha mai scritto qualcosa del genere, mai con questo stile narrativo, avvicinandosi a tratti alla genialità di Alan Moore ed altri fumettisti “fondamentali”.


In questo passaggio mi è balenato il dubbio che forse non stavo leggendo un pezzo di un lettore disinteressato, ma una marchetta di un sito che si limita a fare da cassa di risonanza alle promozioni editoriali nostrane, perchè con tutto il bene che si può volere a questo Tom King, a me onestamente sconosciuto, ma paragonarlo al povero Bardo mi sembra che sia decisamente un' esagerazione.


Ci troviamo di fronte ad un fumetto scritto in maniera intelligente, con passione e libertà. Lo sceneggiatore ha avuto carta bianca per estremizzare certe situazioni, senza avere paura di maltrattare la caratterizzazione del protagonista. Il suo racconto è violento, estremo e lucido, lineare e carico di cultura. E’ analitico e mai superficiale. Non si può accostare minimamente a tutta la massa di albi portati in edicola e fumetteria in questo periodo storico.

Qui il dubbio si è trasformato: " vuoi vedere che io sto leggendo qualcos'altro?"
Poi ho letto il seguente passaggio ed ho riaperto Amazon alla ricerca di una edizione parallela magari sotto etichetta Marvel MAX.

Di supereroistico c’è veramente poco. Se ci fosse stato qualsiasi altro androide anonimo al posto del Vendicatore non sarebbe cambiato granché. Quanto narrato ha un valore universale e riguarda solo marginalmente gli essere artificiali, figli dell’uomo. I dialoghi ed i testi sono ricchi ed intelligenti. Stimolano il lettore, lo portano a riflettere e meravigliarsi.

Ma siccome non c'era nulla del genere, ho dovuto conlcudere che quelli di Comics Preview,  sono stati davvero inspiegabilmente folgorati da questa lettura, il perchè in tutta onestà lo ignoro, presumo o che abbiano cominciato a leggere da qualche mese, o che sia una imbarazzante marchetta per guadagnare visualizzazioni.
L'edizione panini è il cartonato con copertina gommata che va per la maggiore ultimamente, come bacino di utenza si rivolge esclusivamente ai completisti o ai tordi che credono alle parole di siti come quello da cui abbiamo estratto qualche passaggio.
Evidentemente il buon Lupoi, al contrario di Comics Prewiev, sapeva che pubblicare questa miniserie in edizione da edicola sarebbe stata un suicidio editoriale, come Squirrel Girl, d'altronde il traino cinematografico di Age Of Ultron e Civil War è ormai passato, evidentemente il direttivo avrà fatto due calcoli ed avrà pensato che non valeva la pena rischiare una grossa tiratura per un personaggio minore che non tutti conoscono, e che quelli che conoscono,  non è detto che apprezzerebbero vederlo in queste vesti ambigue alla American Beauty.

Per concludere, La Visione è un titolo da maneggiare con estrema cautela, è raccomandato ai compulsivi che non possono fare a meno di comprare, ai completisti, agli schiavi dell'unimente da social secondo la quale questo King, al pari di Kot e Lemire, sono i nuovi autori di considerevole importanza in circolazione.
14€ per i primi sei numeri di una miniserie che ha esposto più difetti che pregi, sono una spesa da valutare più e più volte, calcolando che per la conclusione toccherà spenderne altri 14 almeno. E tenendo conto che non è detto che la conclusione valga il costo totale di almeno 28€.
Probabilmente si finirà con il pontificare sui modelli cerebrali usati per creare prole e moglie, visto che per certi aspetti, sembra abbiano la programmazione comportamentale di Ted Bundy piuttoto che quella che ti aspetteresti dai parenti di un Vendicatore.

Il capitolo con la lista delle 30 e passa volte in cui Visione ha salvato il genere umano, è tra i punti più bassi della nona arte contemporanea, lento, noioso, e diciamolo, saranno anni che nella sottocategoria seriale, di cime se ne vedono ben poche, giusto il Multiversity di Morrison è riuscito a restituire della dignità al media, certo non King, certo non la sua Visione.
Nulla da Dire invece sulle tavole, ma come Rosanas, Hernandez Walta non ha alcuna colpa se è chiamato ad illustrare sceneggiature poco più che mediocri. L'impegno c'è ed è visibile, ma non è che solo l'illustratore possa fare miracoli.
Quindi per fumettopenia, La visione, può restare tranquillamente sugli scaffali, ovviamente il flop con il sintezoide, manco a dirlo, ha frenato l'entusiasmo anche per quasta fantomatica Pantera Nera, e se queste sono le teste di ponte della nuova Marvel, direi che ho fatto bene a metterle da parte, e comprare Paulette delle Edizioni Milano degli anni '70.

Vi lascio con un' altra massima tratta dalla recensione di ComicsPreview
 "Siamo di fronte al nuovo Blade Runner della Nona Arte"
Ma manco per il cazzo, semmai siamo di fronte alla più imbarazzante delle marchette.
Baci ai pupi.

domenica 16 ottobre 2016

Maxi Tex Il ponte della Battaglia


Probabilmente questo post sembrerà scritto dal mio ultracorpo, fresco fresco di baccello.
Sto per spendere parole entusiaste per un Tex!
Ed invece guarda i casi della vita.
Ero in reparto proprio stanotte, e tra una signora confusa che si è quasi strappata la derivazione ventricolare esterna, ed il solito vecchietto che ha trafficato con il catetere vescicale, per stare sveglio ed arzillo durante la ronda notturna, mi sono letto il Maxi Tex in edicola adesso, sgraffignato ad un paziente.
Bello.
E sono giunto a varie conclusioni che vorrei condividere con voi:
Ogni tanto un Tex fa bene.
E' un campione di intrattenimento, ora capisco perchè piace tanto agli anziani, Tex è una garanzia, sai già quello che ci trovi dentro, eppure lo leggi uguale, perchè quello che piace di Tex è la sua essenza di giustiziere.
Non è come le sperimentazioni moderne, non è che lo compri e dentro c'è Texa Willer la ranger più veloce del West, c'è sempre lui, non ha bisogno di morire, di risorgere, di cambiare, sesso o colore.
E' ancora li, infilato nella rastrelliera in edicola che guarda spaccone e beffardo le varie mutazioni degli altri albi, smentendo alla grande la teoria evoluzionistica secondo la quale per sopravvivere devi cambiare.
E' l'eccezione che conferma la regola, il buon Tex.
Ehi! Arriva Tex, il torto sarà raddrizzato.
Per quanto , ricco, infame, malvagio, cattivo e veloce potrà mai essere il nemico di turno, il finale è scontato, eppure per 400 pagine di storia, salvo quando avevano bisogno di me in corsia, non ho mai staccato gli occhi di dosso dal tomone di 6,50€.
Tex è Superman, e quando leggi "Stai calmo pivello, quello è Tex Willer, un tizzone d'inferno che ne ha spediti anzitempo, di uomini a spalare carbone dal satanasso", anzi per quante volte lo leggi, e succede almeno una volta al mese, ti dà sempre un brivido di insano piacere, che fa traballare quelle intime convinzioni da lettore hipster della serie: "Ehi io solo revisionismo e decostruzionismo."
Deve esserci una alchimia nel personaggio, una magia che giustifica quella diretta proporzionalità che corre tra quanto possono essere scontate le storie di Tex, e le vendite ancora più che rispettabili, visto l'andazzo.
Stavolta Tex è alle prese con un ex maggiore sudista tanto ambizioso quanto spietato, che decide di appropriarsi delle terre di una comunità limitrofa di neri, per il suo tornaconto personale
Senza spoilerare troppo.
Nulla di ancestrale o di rivoluzionario eppure è una lettura che fila via che è un piacere.
I dialoghi sono nella norma texana, satanasso, vecchio reprobo, gran putifarre, eppure come dicevo in apertura ogni tanto un Tex fa più che bene alla lettura.
Perchè Tex non è nient'altro: una lettura. Ed è rimasta tale ed immutata nonostante i tentativi di farlo ostinatamente sembrare qualcos'altro dai vari addetti ai lavori.
Bonelli dovrebbe accontentarsi del suo primato, in pratica l'unico editore di fumetti italiano che conti una certa lungimiranza. Ed a volte come in questo caso, anche una certa qualità.
Il resto sono solo meteore.
A volte è quasi divertente vedere il viscerale contrasto tra la Bonelli sui social e la Bonelli nel sociale, la prima sbraccia e sgomita per piazzarsi sulle vette di chissà quale olimpo del fumetto italiano, la seconda che invece, è rimasta la stessa di 20 anni fa quando dominava le vendite con Dylan Dog, il brossuratino dalla carta ruvida che prendevi in edicola e lasciavi dal barbiere, o facevi girare a scuola, o che, come nel caso del mio notturno benefattore, ti porti dietro in ospedale, ed usi per staccare quell'oretta, pensare ad altro che non sia quel risultato sballato che ti ha menzionato il medico stamane al giro e che non riesci più a ricordare..
 I Texoni giganti cartonati ci sono sempre stati, c'erano in libreria che ero io piccolo, con il costone rosso fuoco, ed il font del titolo sempliciotto e senza fronzoli, che era? Impact?
Ora non ricordo chi li stampava, ma di certo non li ho mai sentiti dire la fesseria assurda, che erano prodotti che avrebbero incrementato del 30% le vendite delle fumetterie italiane (Foschini all' inaugurazione del catalogo Bao Bonelli - Fumettopenia non dimentica).
Nel pratico Bonelli e Tex sono rimaste gli stessi, immutati rispetto alle passate decadi, quindi perchè non apprezzarli per quelle che sono ed evitare di diventare facile bersaglio di chi invece sa che altrove il fumetto è molto più avanti?
Il Maxi Tex è una pubblicazione che offre a scrittori ed illustratori la possibilità di stilare una storia in 300 pagine, certo con tutte le regole ed i paletti che Tex si trascina dietro da secoli ormai, nessun riferimento politico, nessuna presa di posizione sulla religione.
Non c'è metafumetto in Tex, c'è solo un ranger che fa rispettare la legge, la giustizia, quando la legge mostra qualche falla.
E nel caso di questo Maxi Tex, il buon Ranger se la vede con il lato oscuro e marcio del progresso e degli affari e Ruju riesce persino ad emozionare e pone il lettore in un inaspettato stato di spettatore ansioso di sapere gli esiti di questa piccola guerra, c'è persino una caratterizzazione in quelle pagine, ed il buon Cossu che io non vedo dai tempi di quelle storie di dylan dog in cui l'indagatore se la vedeva ora con le ombre assassine, ora con un assurdo word processor che rendeva reali i refusi degli scrittori, meno male che non è il mio altrimenti chissà cosa sarebbe ora l'italia, visto la quantita stellare di errori di battitura e analisi logica che ogni tanto faccio.
Cossu, dicevo fa il suo dannato lavoro, a riprova che quando è messa alla berlina, la Bonelli, non è perchè è antica, ed usa ancora la griglia, ma perchè non c'entra assolutamente i bersagli, specie quelli di marketing, non è certo una splash page che rende un fumetto più appetibile, è la storia, quindi Ruju si, Ratigher no.
la temibile griglia bonelli
Uff...quante chiacchiere superflue devo lasciarvi, ma casomai non si fosse capito, il Maxi Tex, il Ponte della Battaglia, in edicola adesso, di Ruju e Cossu, merita assolutamente le vostre attenzioni, per una volta che il fumetto nostrano non si veste di imbarazzo, non è assurdo che le cose più carine in Italia sono quelle di cui si parla meno?
6,50€ sono almeno 3 albi della nuova ristampadi settimanale di Orfani, scommettiamo che non c'è paragone?
Baci ai pupi.