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domenica 11 marzo 2018

Providence di Alan Moore Parte 1



Le origini di Providence

La nascita dell’ossatura portante di Providence risale al 1994.
E’ un racconto in prosa scritto da Moore per la raccolta The Starry Wisdom (La Saggezza delle stelle): a tribute to H.P. Lovecraft, successivamente adattato per la Avatar Press da Antony Johnston e Jacen Burrows in un fumetto a due parti dalla griglia rigidissima intitolato Il Cortile.
Se si escludono alcune eccezioni infatti, le tavole di quel primo tassello del puzzle lovecraftiano di Alan Moore, sono composte di due sole vignette, una soluzione, presumo, adottata per non sacrificare di molto, la prosa del bardo che abbonda nelle didascalie.
Il fumetto  racconta in prima persona, delle indagini di un agente FBI di nome Aldo Sax, specializzato in crimini speciali, inviato a Red Hook, per indagare su una serie di omicidi di matrice identica in cui però pare impossibile cogliere un denominatore comune.
Non a caso definisco il cortile, la struttura portante di Providence: nelle parole di Aldo Sax, nel 1994, c’è quasi tutta Providence pubblicata anni dopo, nel 2015.
E manco a dirlo, tutto è incastrato in maniera certosina.
Ho deciso di rimettere mano su Fumettopenia, che avevo praticamente abbandonato a se stesso, per
esaltare l’ultima fatica a fumetti di Moore pubblicata in Italia, la penultima a dire il vero, se si considera l’antologica horror Cinema Purgatorio, per il semplice fatto che, salvo eccezioni, nessuno ne parla.
Probabilmente in Italia è arrivato il fumetto horror definitivo, ma nessuno ne parla.
Leggo centinaia di commenti entusiasti su Mercurio Loi, sulla giovinezza di Tex , sui nuovi mash up Marvel, gli ormai ciclici rilanci DC, leggo e sento di lodi a scrittorucoli moderni come Millar e Kirkman, e nessuno che spenda due righe per un fumetto come Providence.

Quindi cominciamo pure, e diamo il via a questa aperiodica guida alla lettura. 


“La magia e il linguaggio sono praticamente la stessa cosa, o almeno sarebbero stati considerati così nell’antichità.
Io credo che sia saggio e prudente trattarli come se fossero la stessa cosa.
Il materiale su cui lavori – le parole, il linguaggio, la scrittura – è pericoloso, è magico, devi maneggiarlo come se fosse radioattivo.
Non dubitarne neanche per un istante.”

(2002, The Craft Engine comics)

E se una affermazione del genere potrà apparirvi assolutamente priva di fondamento, probabilmente è perché non avete letto poi così tanto di Alan Moore.
Elaborazioni di questo concetto sono seminate in moltissime sue opere ultime:
Promethea, From Hell, Il cortile, La voce del fuoco e naturalmente in Providence.

Ma per adesso metteremo da parte questo concetto, e ne riparleremo quando atomizzeremo il terzo tomo, per ora tenete a mente questa dichiarazione di Moore a mò di monito, tutte le volte che riterrete pesanti le pagine dello zibaldone o gli allegati in prosa presenti in Providence.
 
Providence Vol. 1

Capitolo 1  Il segno giallo


Il volume si apre con uno Zoom-out: un uomo su un ponte in Bryant Park che strappa una lettera d’amore.
Due righe sui protagonisti di questa prima pagina.
L’uomo che strappa la lettera e ne lascia cadere  i brandelli nel fiumiciattolo è l’avvocato Jonathan Russell, noto nell’ambiente omosessuale di New York anche con il nome di  Lillian Lily Russell, amante di Robert Black, autore della appassionata missiva e protagonista dell’ opera di Moore.
La lettera è datata 12 aprile 1919, due mesi prima del giorno in cui si svolgono i fatti del primo numero di Providence, il 5 Giugno 1919, data che appare in testa alla prima annotazione sullo zibaldone di Black in appendice al fumetto.
A detta di alcuni appassionati oltreoceano, Lily Russell è probabilmente un omaggio all’ attore teatrale, Julian Eltinge, famoso Crossdresser reso celebre per la sua bravura nell’interpretare ruoli femminili  nei primi anni del 1900 a cavallo della febbre americana per il vaudeville, passata con la grande depressione.
Nella pagina successiva, negli uffici del New York Herald, facciamo la conoscenza di Ephraim Posey, Prissy Turner, Freddy Dix  ed in primo piano alla macchina da scrivere, Robert Black.
Julian Eltinge
 
Il dialogo tra i personaggi ci porta ai primi importanti riferimenti:
Il Sous Le Monde, i riferimenti al Re Giallo di Chambers ed ovviamente alla prima citazione del Dottor Alvarez, la controparte di Providence del protagonista di un racconto di Lovecraft intitolato “Aria Fredda” del 1926 che parla di un medico, il Dottor Munoz, che aveva trovato il modo per sconfiggere la morte attraverso un sistema di refrigerazione costante del proprio corpo e del’ambiente in cui risiedeva.
Per darvi un’idea del lavoro certosino di Moore  nel plasmare un universo letterario basato sulle opere di Lovecraft basta leggere la prima vignetta di pagina 4:
Black: “C’era un dottore che ha scritto un saggio sul libro e che viveva…ah ecco, sulla quattordicesima ovest…un certo dottor Alvarez”
Ed un passaggio del racconto originale di Lovecraft:
“Però dopo un certo tempo mi capitò di trovare, nella quattordicesima strada, una casa che mi spiaceva molto meno delle altre che avevo sperimentato. Era uno scuro edificio di 4 piani che risaliva senz’altro a metà dell’ottocento.”
L’edificio realmente esistente a New York, era la residenza di uno degli amici di Lovecraft nella grande mela, George Kirk.
Lovecraft lo elesse a teatro di una delle tre storie scritte durante il suo soggiorno a New York, per l’appunto “Cool Air”

Ad impreziosire il tutto e far realizzare al lettore dell’esistenza dei moltissimi piani di lettura di Providence, ci pensa l’illustratore Burrows, che in copertina del primo TP mette proprio il 317 della Quattordicesima strada, un edificio di 4 piani con illuminata una finestra dell’ultimo piano di una sinistra luce azzurra,  la dimora del dottore non-morto.


Torniamo in redazione, dove con piccoli indizi Moore dice al lettore che la storia si svolge in un mondo che potrebbe essere anche il nostro, quello reale,  dove la letteratura di Lovecraft è perfettamente fusa con la nostra quotidianità:
“Quel farabutto di Hearst” è riferito al magnate della stampa W. R. Hearst, che nel novecento insieme a Pulitzer ha influenzato il modo di fare giornalismo, introducendo uno stile giornalismo scandalistico più forte nella forma che nei contenuti.

Il diavolo del Jersey, che il signor Dix vuole ostinatamente usare come argomento per riempire la mezza pagina mancante, è una leggenda metropolitana degli inizi del 20° secolo, una leggenda però che portò l’attenzione dei giornali quando gli avvistamenti dell’infausta creatura arrivarono a circa un centinaio.
Nelle pagine 3-4 in due tavole dove Burrows sposta il punto di vista del lettore continuamente nei quattro angoli dell’ufficio, si menziona per la prima volta il “Sous le monde” (dal francese Sotto il mondo), un invenzione di Moore, un libro con forti analogie all’opera più nota di Robert Chambers, Il Re giallo, sempre secondo gli appassionati oltreoceano l’espressione Sous Le Monde proviene da Victor Hugo, nella prefazione alla sua raccolta di poemi, intitolata Odes et Ballades infatti si legge:
 
Sotto il mondo reale, c'è un mondo ideale, che si mostra splendente per gli occhi di coloro che sono seriamente abituati a vedere nelle cose più di quel che mostrano.
 
Un concetto molto ricorrente nei fumetti di Alan Moore, come si può vedere nella Lega degli straordinari Gentlemen e Promethea, e che di fatto è alla base del dialogo tra Black e il dottore, che ispirerà poi il povero Robert a scrivere un romanzo sull’America celata, come una chiara metafora per parlare della condizione dell’omosessuale nel mondo contemporaneo.


Il libro che fa impazzire citato da Prissy è ovviamente Il Re giallo di R. Chambers, una raccolta di racconti, che pare abbia ispirato anche l’opera di Lovecraft.
Nei due racconti: Il riparatore di reputazioni,  ed Il segno giallo, si menziona di questo glifo, concepito e scritto in un’ altra dimensione, nella città di Carcosa che genera follia in quelli che lo vedono, chi ha letto il Neonomicon, non può non vedere le assonanze con lo spacciatore Carcosa, che fa impazzire chiunque lo ascolti parlare nella lingua Aklo


 I riferimenti all’opera di Chambers, la cui presenza nella miniserie di Moore diverrà chiara solo nell’ultimo capitolo, non si esauriscono, nella pagina successiva Burrows torna a farci vedere Lily Russell che passeggia verso una particolare struttura in Bryant Park, lo si riconosce dal pontile e dai fogli che galleggiano sulla superficie dell’acqua.
Sempre a tavola 5 nelle vignette 2, 3 e 4 si vede una farfalla, Mariposa, in messicano è anche l’aggettivo con il quale si additano i gay, secondo chi quest’opera l’ha letta davvero, è un indizio che fornisce al lettore attento, i motivi del suicidio di Lilian.
L’edificio in cui si sta recando Lilian è infatti una Camera Letale, citata sempre da Chambers nel Riparatore di reputazioni (1895), dove, cito il libro, “C’è una morte indolore che attende chi non sopporta più le pene di questa vita”, e tanto per sottolineare l’ovvio e zittire un po’ tutti quelli che criticano il lavoro di Burrows, a mio modesto e superfluo parere, perfetto per illustrare la sceneggiatura maniacalmente certosina di Moore, basta dare un’occhiata alle tavole 5-14 e 18 e tornare a leggere il racconto di Chambers che descrive così la struttura: “Lasciai la folla a fissare a bocca aperta i marmi bianchi della camera letale e percorsi la Quinta Avenue…”

Tavole 6-7: Moore sta imboccando i suoi lettori lentamente, le vignette nei toni di seppia forniscono altri indizi sul protagonista della saga Robert Black, per il quale, l’autore, quasi certamente prende ispirazione per lo scrittore Robert Bloch, una sorta di protetto di Lovecraft, al quale lo stesso HPL si ispirò per il personaggio R. Blake, e Samuel Loveman, un poeta americano ebreo omosessuale con il quale Lovecraft scambiò una intensa corrispondenza, fino a quando Loveman non scoprì l’antisemitismo del creatore dei miti di Cthulhu,e di cui torneremo a parlare alla fine della saga.

Come Bloch, Black è uno scrittore del Wisconsin, ed è Ebreo, come anche Loveman, che è omosessuale.
Nella tavola, in seppia vediamo un giovane Robert pressato dalle aspettative della famiglia:
“Il miglior dottore del Wisconsin, che te ne pare? Sposato con una qualche bella ragazza”
Tutte infrante:
“Perché qua nessuno sa scrivere? Non ci sono più giornali da queste parti?
Robert cosa c’è a New York che non c’è a Milwaukee?”

C’è probabilmente la speranza di vivere la propria omosessualità in maniera più libera, un' altra aspettativa che verrà infranta dal muro di realtà in cui vive la comunità gay newyorchese, che porterà Black a nascondere la sua natura anche nella grande mela.


Nella tavola successiva,il ristorante dove Black si concede una pausa pranzo prima di recarsi ad intervistare il dottor Alvarez è un ristorante della catena Horn & Hardart, una catena di ristorazione automatizzata che aprì il suo primo locale a Philadelphia nel 1902 e nel 1912 a New York.  
Ispirati dalla catena ri ristorazione automatizzata tedesca di Max Sielaff.
E’  proprio il dialogo tra Black e il suo amico Charlie nella caffetteria, illustrato in questa tavola, che suggerisce nuove importanti informazioni su Black e Lilian, e la loro non dichiarata omosessualità.

 

Secondo alcuni lettori, che trovano conferma  nel libro Gay New York: Gender, Urban Culture, and the Making of the Gay Male World, 1890-1940 di George Chauncey , infatti, nelle espressioni usate da Charles, nonché nel suo abbigliamento, sono insiti messaggi codificati per comunicare la propria omosessualità, come per esempio il papillon rosso, e come vedremo più avanti, il completo del Detective Malone nel secondo capitolo.

Prima di fiondarci a casa del Dottor Alvarez: per i più curiosi a tavola 8 nella terza vignetta a sinistra, campeggia uno striscione del cosiddetto Temperance Movement, il movimento di protesta contro il consumo degli alcolici che proprio in quegli anni evolverà nel proibizionismo.

 

Mentre a Tavola 9 nella vignetta in alto in seppia, assistiamo al primo incontro tra Black e Johnathan Lilian Russell, durante le sue prime incursioni nelle zone frequentate dagli omosessuali, una volta arrivato a New York, la retata del 1903 all’Ariston Hotel, che accenna nella prima vignetta, diventerà famosa come il primo raid anti-gay nella storia di New York.

L’Ariston Hotel infatti era uno dei più noti luoghi di ritrovo per la comunita omosessuale della grande mela.  

Ed eccoci finalmente arrivati a casa del dottor Alvarez: ultima vignetta tavola nove, tavola dieci, il ritmo della narrazione cambia per un momento, la tecnica usata in questa sequenza secondo alcuni forum americani è la page turn reveal, in pratica il protagonista o i protagonisti della tavola guardano verso qualcosa che viene rivelato al lettore solo girando la pagina dell’albo, qui osserviamo Black che sta guardando qualcosa, e solo nella pagina successiva, si realizza che è finalmente arrivato a quel famoso edificio in arenaria sulla quattordicesima che segnerà il suo destino in maniera irrimediabile, e che domina la copertina del primo numero con il 4 piano illuminato di quel gelido azzurro.

Un esempio di Page Turn Reveal in Croosed +100

 

Un esempio di Page turn Reveal di J. Kirby sulla serie dedicata a Jimmy Olsen




 


Ed è a questo punto della lettura che ho pensato chissà come mai, a quando Liefeld disegnando le sue calzamaglie, faceva sfondare finestre ovali d i suoi characters anonimi, che nella pagina successiva diventavano, senza motivo alcuno se non pura sciatteria, quadrate o rettangolari.

Leggere ed appassionarsi a Providence richiede tempo ed attenzione, ma è una passione che ripaga, d’altronde  leggere  un qualcosa di Alan Moore, è una esperienza assolutamente diversa dal leggere di qualsiasi altro autore, e se è vero che ha dato l’addio al mondo dei comics, potete star certi che la nona arte ha perso il suo più grande autore, e la letteratura non illustrata ha guadagnato, un nuovo genio.  

Memore della bravura dello scrittore di Northampton nello giocare con i personaggi letterari del passato, chi ha letto la Lega degli straordinari Gentlemen sa perfettamente di cosa io stia parlando, basti vedere il trattamento riservato al buon vecchio caro ispettore  Dupin, a come Moore gioca con le date di pubblicazione delle sue opere e ce lo propone ormai vecchio e ritirato negli ultimi anni del 1800, o ancora rileggere alcuni stupendi passaggi dell’ Almanacco del Nuovo Viaggiatore, insomma dicevo memore di questa passione del Bardo, ho controllato alcune cose alla base dell’incontro tra Black ed Alvarez/Munoz.

Ebbene l’incontro avviene nel 1919, quattro anni prima degli eventi drescritti da Lovecraft in “Aria Fredda”, ambientato invece tra la primavera e l’estate del 1923; alla fine del racconto, su un foglio vergato dallo stesso dottore ormai liquefattosi in una pozza nauseabonda ed informe di poltiglia di carne putrefatta, c’è una confessione in cui il medico rivela di essere morto già da 18 anni, quindi nel 1905, 14 anni prima dell’incontro con Black.

E quindici anni prima della richiesta inerente la traduzione del testo alchemico arabo, a quel Robert Suydam che conosceremo meglio nel capitolo 2 di questa meravigliosa saga horror, ad un anno dalla sua morte, il 1904, se la matematica non è un opinione.

Ed ecco che il monito del bardo sul come ci si debba approcciare alla lettura ritorna prepotente.

Nessun altro autore ti stimola in questo modo, col giusto paio di occhi tutto scivola in maniera perfettamente coerente, e vanifica qualsiasi critica si possa muovere a questa saga, una tra tante, la sovra esposizione del sesso già vista nel Neonomicon che ha scandalizzato gli appassionati di Lovecraft, che per contro nei suoi racconti non ha quasi mai nemmeno introdotto personaggi femminili, figurarsi il sesso.

 

Nel 1904 probabilmente conscio della sua prossima dipartita, il dottore Alvarez/Munoz si documenta per preservare la sua vita, una opportunità di salvezza viene fuori dal Libro della sapienza dele stelle, ovvero il grimorio arabo Kitab al Kimah al najmiyya, ed ecco che parte la richiesta all’inquietante personaggio di Flatbush, Robert Suydam, per una copia tradotta, in particolare della sezione inerente i 4 metodi per la vita eterna.

Dopo aver approntato nel suo appartamento gli opportuni espedienti per tenere l’ambiente costantemente ad alcuno gradi al di sotto dello zero, il buon dottore come un emulo del signor Valdemar di Edgar Allan Poe, nel 1905 muore, eppure continua a vivere grazie alle formule del Kitab, godendo nei 15 anni successivi di una vita prigioniero della sua gelida condizione, riscaldato solo dall’affetto della sua proprietaria la signora Ortega/Herrero vedova che si concede al dottore come si deduce chiaramente dalla visita senza preavviso de Black.

Nulla di strano se, nel 1923, durante il racconto “Aria Fredda” la condizione fisica e mentale del medico sia così compromessa da averlo reso cinico freddo e apparentemente folle, ormai insensibile a quell’amore pur clandestino  di cui aveva goduto negli anni precedenti:

“Via via che le settimane passavano, notavo con dispiacere che il deperimento non soltanto fisico, ma mentale del mio nuovo amico, si andava irrimediabilmente accentuando.

Il colore della sua faccia si era fatto più livido, la sua voce più roca e indistinta; i suoi movimenti erano meno perfettamente coordinati, la sua mente meno pronta, la sua volontà meno efficiente.

…Aveva ora strani capricci, manifestava una passione insensata per le spezie esotiche e l’incenso egiziano, tanto che la sua stanza odorava cometa tomba di un faraone nella valle dei Re.”

Insomma il dottore di Aria Fredda rappresenta il futuro prossimo del dottore che incontra Robert Black, ancora umano seppur già morto.

D’altronde graficamente l’immenso Burrows sottolinea questa condizione a più riprese nel corso della sequenza: il colore della pelle livida di Alvarez, rispetto a quello della vedova Ortega e dello stesso Black, a Tavola 13 nella seconda vignetta alla sinistra di Black scorgiamo una parte del macchinario per tenere la casa in un clima gelido, le bottiglie contenenti le sostanze per i procedimenti chimici, tra cui l’ammoniaca che Black annusa  a Tavola 12 nell’ultimo riquadro, il macchinario torna visibile a Tavola 15,Vignetta 2,  e ultimo ma  importantissimo, la condensa d’aria che si nota sul viso di black quando lui parla, il suo respiro produce nuvole di aria calda nell’ambiente freddo, che invece il buon dottore, ormai morto, è incapace di  produrre.

A tavola 16, Alvarez parlando del libro di Guillot cita i 2 dei 4 metodi per prolungare la vita:
1. La rianimazione dei cadaveri  viene dal racconto “Herbert West Rianimatore”
2. Il trapianto delle anime è alla base dei tre indimenticabili racconti, L’ombra venuta dal tempo, La cosa sulla soglia e Il caso di Charles Dexter Ward .
Il terzo che prevede di conservare il corpo attraverso il freddo  è quello che usa lo stesso Alvarez, del quarto parleremo più avanti quanto nel capitolo 3 faremo la conoscenza del Capitano Shadrach Annesley, che invece ha adottato il metodo del cannibalismo.
Prima di chiudere questo primo capitolo alcune sottolineature  per farvi conoscere meglio il meccanismo narrativo di Alan Moore, d’altronde qualsiasi cosa, ti appassiona sostanzialmente se la capisci, è una regola che vale per tutto e non solo per la lettura, quindi:
A Tavola 4 vignetta 4:

“Per quanto ne so Alvarez potrebbe essere rigido come un cadavere”. Black lo dice ai suoi colleghi dell’Herald prima di uscire per l’intervista, curioso che si parli di un individuo già morto da molti anni che sta ritardando la sua decomposizione grazie alle pratiche magiche descritte del Kitab.

A Tavola 13 vignetta 4

“Vede l’amore non è interrotto dalla morte, senza di esso non è possibile tollerare questo mondo” ed a Tavola 14 Moore e Burrows, ci portano nella camera letale a vedere Jhonathan Lilian Russel decidere del proprio suicidio proprio per le delusioni d’amore avute dal pavido Robert.

A Tavola 19 vignetta 4

“Nel mio caso senza la signora Ortega, credo andrei in pezzi”, ebbene come non notare che in “Aria Fredda” chi va in pezzi nel 1923, è un dottore arido, gelido e decisamente senza amore, spinto solo dall’ossessione di non morire.
L’amore insomma esiste, persino nell’universo di Lovecraft, sembra questo il messaggio definitivo di questo primo albo di Providence.
E l’amore e la sua assenza generano conseguenze, questo primo albo, non è solo un mero adattamento a fumetti di Aria Fredda, è l’overture della saga horror più bella di sempre probabilmente, caduta già nel dimenticatoio forse per via dei tempi moderni ipercinetici, che non permettono tante incantevoli riflessioni.
Questo primo albo parla della morte di Jonathan Lilian Russel, del suicidio per amore di un rampante avvocato ferito dalla vigliaccheria del protagonista e dalla sua incapacità di vivere i propri sentimenti in maniera più trasparente, e Moore nel corso del primo capitolo dissemina indizi tavola dopo tavola, come quando a Tavola 21 vediamo Black mettere fine alla sua relazione con questa misteriosa Lilian di cui vediamo sempre e solo le mani, ed occhi attenti, noteranno che quelle mani hanno unghie smaltate solo in ambienti chiusi e privati, tutta via è solo nelle ultima tavole, al rientro dall’incontro con Alvarez, che l’intreccio finalmente si scioglie ed esplode in tutta la sua potenza.
Alla fine l’argomento per quella mezza pagina ancora libera è saltato fuori dalle cronache locali, un giovane avvocato  ha deciso di suicidarsi nella Camera letale in Bryant Park, il nome del suicida lascia Robert Black terribilmente colpito, e nello zibaldone in appendice lo leggeremo  chiaramente:
è Lilian che si è ucciso perché Robert aveva deciso di rompere in preda al panico, dopo aver saputo che il suo amante conoscesse il suo capo.
Impaurito che in qualche modo potesse trapelare  la sua omosessualità, ha deciso di troncare la relazione e continuare a nascondersi e fingere.
La morte di Lilian e la sincera volontà di redimersi scrivendo un libro sui segreti più inconfessabili della società americana, quella esoterica come metafora sulla condizione degli omosessuali nell’america di quegli anni, porterà il povero black nel vortice di eventi che sconvolgeranno la sua vita in maniera irrimediabile, e diciamolo, non solo la sua.
Letto con il giusto paio di occhi, Providence, renderà obsoleta qualsiasi altra lettura del media, perché e casomai ce ne fosse bisogno, ribadiamo leggere Moore è qualcosa di estremamente diverso che è leggere un albo DC, un albo Marvel, uno Image, un manga o persino, dio mi scampi un albo Bonelli, rapportarsi alla stessa maniera a letture così differenti non potrà che ridurvi alla stregua dei tanti idioti che additano Moore un attempato inacidito spocchioso, e le sue ultime produzioni, successive alla sua conversione alla magia per così dire,  come freddi esercizi di stile fine a se stessi, qualsiasi cosa significhi una assurdità del genere.
Ed anche se probabilmente non è così, a me piace pensare che il nudo della signora Ortega  che chiude l’albo, è la risposta alle molte critiche  ricevute negli anni al Neonomicon, ed alla sublimazione del sesso in quelle pagine.
Sembra quasi che Mooree Burrows si rivolgano proprio ai fanatici dei miti di Cthulhu e della letteratura intera del  misogino antisemita Howard Phillips e dicano a quei lettori:
Tutti scopano prima o poi, persino Lovecraft.
D’altronde quale altro motivo se non l’amare incondizionatamente una persona avrebbe portato il narratore interno del racconto Herbert West Rianimatore,  a rendersi complice delle più indicibili nefandezze fatte su corpi morti?
Ma di quest parleremo nei  prossimi capitoli.
Sempre se mi torna la voglia di scrivere.
Baci ai pupi ed alla prossima.
 

 

 



 



giovedì 30 giugno 2016

La sezione Otto da evitare

40 anni e ancora mi riduco come Ulisse sul ponte della sua nave, ammaliato dal canto delle sirene.
Ecco come come mi sono sentito a fine lettura di questo volume.
Ha il gusto della reunion dei Pooh o di quella dei Deep Purple, manca tutta la magia dei tempi andati.
Arrivato con immensa fatica all'ultima pagina, mi è quasi sembrato di vedere Ennis e McCrea con in mano i carnet di bollettini findomestic firmati dalle rispettive mogli da pagare.
Avevano questo immenso, enorme bersaglio chiamato appetibilità, e lo hanno mancato più o meno di un chilometro, confezionando una miniserie senza capo, ne coda, che preme esclusivamente sulle corde del cuore in copertina, ma poi lo calpesta all'interno dell'albo con una storia latitante e disegni non all'altezza del mito da cui attingono.

La Sezione Otto Originale.

La section 8 originale appare del capolavoro di Ennis e McCrea chiamato Hitman.
E' un gruppo di supereroi a dir poco atipici, apparsi per la prima volta in Italia grazie agli sforzi della Play Press: Six Pack vigilante di Gotham, Fuoco Amico, Skatarr, Defenestratore e Saldacani sono il decadentismo della supereroe in calzamaglia, tutto quello che Shuster, Siegel, Kane e Finger non si sarebbero mai sognati di far fare....la Sezione Otto è satira sul revisionismo, è Pat Mills dopato, ed inserita nel lungo appetibile affresco narrativo di Hitman, questo sgangherato gruppo di supereroi ha regalato risate ed emozioni.
E qui c'è il pacco.
L'acquisto dell'ultimo volume uscito per la RW Lion. All Star Section Eight, gioca tutto sulla nostalgia, sul bisogno di rivivere quella magia, è un pò come i pensionati che comprano i biglietti per il tour della reunion dei Pooh, ma senza la soddisfazione alla fine del concerto.
Insomma All Star Section Eight di Ennis e McCrea è da evitare assolutamente, mi ha così disinnamorato dall'autore scozzese, che dopo la cocente delusione, sono restio anche a prendere il tomo edito da panini Red Rover Charlie, di cui invece sento parlare un gran bene.
Il guaio di Section Eight è che non c'è una storia, non si capisce bene il senso di tutta la miniserie, è quasi disartrica, per usare un termine che in reparto usiamo spesso.
Se penso che con Superman, Ennis, su Hitman, ci vinse un Eisner, a leggere il team up con l'azzurrone nell' ultimo numero di ASS8, viene un magone di quelli da anti depressivi, anche McCrea sembra aver perso il suo smalto.
Il guaio principale è la latitanza della trama. Quello che più infastidisce è realizzare pagina dopo pagina che stai leggendo il nulla.


Eppure sei certo che prima di pagare alla cassa hai letto bene il nome: Ennis.
L'unico momento interessante è la nuova origine di Saldacani.
Ma tutto il resto, dio mio: una via crucis, una gravidanza extrauterina....
È un ulteriore riprova che la serialità ammazza i capolavori, la sezione otto in Hitman, muore combattendo dei demoni provenienti da un tesserato impiantato nel culo di una cavia, in un centro sperimentale oltre la periferia di gotham, e morta doveva restare.
Al massimo Ennis poteva giocare sulla retcon, invece no, evidentemente troppo smazzo all'encefalo.
Quando si dice che una mela non può cadere lontano lontano dall'albero, ricordo davvero poco di buono nato in seno al terribile New52.
Quindi in buona sostanza ALL SATR SECTION 8, è un volume tranquillamente evitabile, siamo dale parti dell'insufficienza  abbondante,  brutto in ogni sua parte, che non fa che rimpiangere
 il Garth Ennis di Hitman.
L'augurio è che torni ai livelli di Preacher, un volume così scadente che mi ha gelato anche l'entusiasmo per il volume edito Panini intitolato Red Rover Charlie.

Insomma non ci siamo proprio.
Risparmiatele ste 14€ o investitele in altro.
Ennesimo fumetto che basa la sua appetibilità sul confezionamento, il passaparola sui social, il nome in copertina, insomma il solito trend che snatura il concetto stesso di lettura.
Oserei dire che come per DKIII (finora), la cosa più invitante sono state le cover.
Baci ai pupi.

sabato 28 maggio 2016

Il Miracleman di Gaiman

Quando Alan Moore tanti anni fa scrisse il finale di Miracle Man, scrisse un epilogo perfetto.
Non saprei davvero dire come i lettori vissero quelle pagine, anni in cui sembrava che i Supereroi non avessero molto altro di nuovo da dire.
Il sogno di un volo poteva indurre nell'errore di avere tra le mani l' ennesimo albo d gente in calzamaglia, ma poi, nel corso dei mesi, pochi mesi, si resero tutti conto, che era un prodotto assolutamente diverso al resto delle pubblicazioni, per approfondire questo discorso, leggete QUI.
L' approccio al genere, la rielaborazione di temi classici della fantascienza come la vita aliena, il ricercato registro lessicale, ogni numero era superiore alla media locale statunitense, tanto che ad un certo punto la Ecplipse lo scrisse in copertina come strillone pubblicitario, che il fumetto conteneva un linguaggio più evoluto e maturo.
Ma in Miracleman, evoluzione è stata la parola chiave.


E' la cerimonia del passaggio da supereroe a superessere, è la storia della presa di coscienza di un individuo creato in vitro, che lentamente realizza la portata del suo potenziale.
Prende coscienza di cosa può fare di concreto per il formicaio in  cui si è risvegliato.
E' Acciaio, in una stanza piena di statue di vetro.

In Olimpo l'autore inglese, si chiese per davvero cosa avrebbe potuto fare Superman per la Terra, che non fosse sventare minacce supercriminali, rapine in banca,  o salvare gattini dagli alberi. 
O altre azioni buone per la lettura di evasione, come impedire che Lois scoprisse la sua identità, vero leitmotiv della cosiddetta Silver Age.


Miracleman cambia la vita sulla Terra, stravolge il modus vivendi dei terrestri, scalza i governi dai loro palazzi, vanifica il sistema economico monetario, impone una nuova utopia e se ne fa custode e gerente dall'alto del suo palazzo fantastico eretto sopra le rovine della Londra devastata dalla follia di Kid Miracleman.
Fedele alle sue idee sulla serialità del fumetto, Moore concepì Olimpo in modo che tutte le trame trovassero una risoluzione, ecco perchè le aspettative per il ciclo seguente, di Gaiman erano un misto di scetticismo e curiosità.

 Scetticismo e curiosità. 

Moore ci ha scosso e rivoltati ben bene durante il suo ciclo revisionista, quando in Italia è arrivato The Golden Age di Gaiman e Buckingham, tutti ci chiedevamo di cosa avrebbe potuto parlare Gaiman, per tenere alta l'appetibilità dei libri precedenti, e per quale motivo questo ciclo fosse altrettanto importante e celebrato dalla critica del settore.

"Rivolete i lupi?"

Ma i dubbi si basavano sulle letture delle storie dell'ultimo Gaiman, un esempio tra tanti, il deludente Sandman Overture, quello della Golden Age Eclipse era la giovane bomba creativa, della british invasion, il Neil Gaiman di Miracleman è lo scrittore degli anni '90, che da un anno sta facendo sognare i lettori americani con il suo Sandman, ed i primi cicli di Sandman sono arte pura.
In quegli anni, si può dire che Gaiman, è una bomba appena sganciata su suolo statunitense, un autore geniale, capace di lasciare il lettori a bocca aperta sia stilando lunghi arc che storie brevi.
Ed è con una storia breve che fa intendere a Moore e a quelli della Eclipse di essere entrato nella giusta sintonia con l'opera del Bardo.
Nella miniserie Total Eclipse, compare la storia breve Screaming (contenuta nel numero 5 dell'edizione Panini del mese scorso), che permette allo scrittore di Sandman, insieme con l'ispirato ed eclettico Buckingham di prendere le redini della serie con il numero #17, con un nuovo libro chiamato appunto The Golden Age.
The golden Age sono una serie di racconti brevi in cui sostanzialmente si descrive l' utopia creata da Miracleman dopo la trageda di Londra.

E' un fumetto di Miracleman senza Miracleman.
E' un fumetto che parla dell'impatto dei prodigi di Miracleman sulla gente.
E' un capolavoro che non ha nulla che invidiare in termini di appetibilità a nessuno, nemmeno all' opera del Bardo (e per dirlo io che sono un talebardo).
Senza spoilerare nulla per quelli che ancora non l'hanno letta, sommmersi dalle pile di arretrati da smaltire, Gaiman attraverso una serie di storie brevi descrive l'impatto dell' arrivo dei superesseri, immaginate come semi, i vari spunti dell'epilogo di Olimpo Moore.
Gaiman li sviluppa perfettamente dando corposità alle idee utopistiche del Mago di Northhampton:
Spy Story, Il Racconto di Winter, la storia dedicata a Gargunza, la chicca del retaggio pseudo nichilistico dei Bates, questo solo per spendere lodi ai testi ed alle storie, senza soffermarsi sulel tavole di Buckingham che adotta diversi stili grafici quale che sia la storia che racconta.
L'augurio è che Gaiman si decida in fretta a scrivere l'epilogo della Silver Age che promette un approccio più classico per il genere in calzamaglia, ipotesi fatta leggendo la storia breve in appendice chiamata Recupero, nella quale Miracleman continua le sue incursioni nel subspazio, quel limbo dove ha dormito per decenni mentre Moran dimenticava il suo alter ego.
E che panini la porti presti in edicola con questo formato.
Forse Miracleman, è l'unica testata della casa emiliana con un apparato redazionale veramente professionale, probabilmente perchè piacevolmente esonerato dai messaggi promozionali d'obbligo nelle testate marvel da battaglia.
Il futuro, quale che sia per il nostro Dio, ci interessa poco, non abbiamo curiosità di vedere in che modo i capoccia marvel inseriranno nel loro scadente universo sempre più povero di idee un capolavoro come Miracleman, quello che ci preme è leggere integralmente l'opera originale, magari (ma qui sognamo ad occhi aperti) anche una ristampa dei volumi chiamati Apocrypha.
Il resto, di quello che la Marvel vuole fare con ciò che ha comprato in tribunale, in tutta onestà ci frega davvero poco.
Baci ai pupi e recuperate Miracleman.

sabato 7 maggio 2016

Beowulf

Salve ragazzi come va?
Nel gruppo Facebook il Fumettopenia World Cup 2 si sta rivelando una mezza delusione, sembra che tra le letture più meritevoli dal 2000 al 2015 figuri addirittura il Daredevil di B. M. Bendis. Pensa te come sta a pezzi il lettore medio in Italia per confondere una minestra riscaldata, con un piatto di alta cucina.

La premessa era per scusarmi per la latitanza, ma il tempo da dedicare al blog è sempre meno, e le letture sempre troppe. Ho in mente un mega post, anche abbastanza divertente, ma finchè non riparo il portatile che è giù in sala lettura non posso nemmeno cominciarlo: oggi come nel prossimo post, che butterò giù magari nel fine settimana, parleremo di due pubblicazioni della Tunuè, gli stessi signori de Il gioco dell'oca, che ho letto in questi giorni: Beowulf e Cernobil, il primo già presente all'ultimo Comicon napoletano, il secondo credo sia quasi fresco di stampa, due volumi che si sono rivelate delle bellissime scoperte.


Della leggenda di Beowulf, non sapevo praticamente nulla, se non che secoli fa ci fecero un film, ma non l'ho mai visto, quindi mi sono dovuto documentare prima di venire qui in piattaforma ad espormi con voi criticoni: Beowulf è un poema epico di cui non si conosce l'autore, risalente all' VIII secolo, giunto fino ai nostri giorni, nelle pagine del Cotton Vitellius (Codice Nowell) conservato alla British Library.
Il poema narra le gesta del poderoso giovane Beowulf, che giunge sulle coste Danesi per aiutare Re Hrothgar ed ilsuo popolo tormentato da anni dalla piaga di Grendel, un mostro che nel poema non è mai descritto nella sua interezza della sua bestialità, dettaglio di cui David Rubin fa tesoro, visto che arricchisce le tavole con riquadri dei particolari del terribile mostro, per il quale sono più che convinto, si sia ispirato non poco al bestiario di HP Lovecraft.
Senza proseguire oltre nella rivelazione della trama, concentriamoci sulla rivisistazione dei due autori spagnoli.
Rubin piega il tempo nello spazio di una tavola
Il Beowulf di Garcia e Rubin è essenzialmente una esperienza visiva, la cui appetibilità raddoppia quando ti documenti sul poema, riproposto sotto forma di fumetto con una fedeltà che si concede ben pochi slanci di protagonismo, l'aspetto più bello cmq di Beowulf è quello grafico, e non solo stilistico, Rubin è bravissimo anche nella tecnica.
Riesce a far coesistere sulla stessa tavola due differenti timeline, con un risultato narrativo davvero appagante, nelle prime pagine di lettura infatti si assiste contemporaneamente alla nascita ed alla caduta del Cervo (Herot), il palazzo reale voluto da Re Hrothgar come testimonianza della grandezza del suo regno.


Davvero impressionante il lavoro di Rubin, quell' abuso di rosso vi porterà quasi a sentire quel pungente odore ferroso del sangue, l'invisibile telecamera sulla punta della sua matita, non ha limiti, grandi spazi, primi piani, sezioni e dettagli, ogni inquadratura cattura la lettura e la lascia prigioniera delle pagine.
Ma David  Rubin era già noto in casa Fumettopenia, è che in casa fumettopenia purtroppo,  abbiamo poca memoria per i nomi degli autori, tantissime volte non e ne abbiamo nessun rispetto, ma  Dove nessuno può arrivare, lo avevamo letto tanti anni fa, aveva già fatto vibrare un considerevole numero di corde per lasciarci indifferente, se non è esaurito, io vi consiglierei di aggiungere al carrello anche questa tenerissima storia d'amore. Magari mi ringrazierete.

Dubito che l'immaginario di Lovecraft non nabbia contribuito alla creazione di Grendel

La prima lettura durerà pochissimo, ma Beowulf non vi lascerà andare subito: Grendel e sua madre , i carnefici di centinaia si Danesi, vi ammalieranno con le loro mostruose forme, al punto che prima di riporlo via, Beowulf esigerà vari tributi in termini di tempo.
E' la colpa sarà di Rubin, la sua arte da uan sorta di dipendenza, quelle tavole le guarderete e le riguarderete, per saccheggiarle di quanti più possibili segreti, a me è successo esattamente questo.

Un aspetto essenziale per l'appetibilità di un fumetto in questi tempi di piattume inveterato.
Non sono un libraio quindi non mi pronuncio sulla fattura del volume, è un cartonato, ma dubito che tra qualche anno, se lo riaprirò le pagine esploderanno sul tavolo, come un volume Play Press, quindi tutto sommato direi che va bene.
Insomma spostate una somma del Budget mensile per questo volume, prima che cada nel dimenticatoio italiano, mentre ci si gasa sempre pe le solite insipide cose, merita per davvero.
A volte non è affato male guardare anche i cataloghi di quelle casa che non sono continuamente lì a pavoneggiarsi del nulla spinto, su mille social network.
Baci ai pupi.


venerdì 18 marzo 2016

Il gioco dell'oca

Forse sono esterofilo perchè mi avvicino all' Italia che non sa fare fumetto.
Nick Banana, Dylan Dog, Morgan Lost, Orfani, Battaglia, le Storie e la Dottrina, tanto per citare qualche nome  che mi hanno fatto correre al Comune per rinnovare il passaporto ed evadere dalla provincia italiana della nona arte.

Eppure ultimamente tra una lettura e l'altra mi sono concesso qualche volume italiano, un pò guardingo e scettico. Comunque ho scelto restando, fedele ad una regola: se non ne parlano troppo su facebook, minimo è un capolavoro.
Già un mese fa con Churubusco di Andrea Ferraris, della Coconino Press Fandango, la mia esterofilia ha subito un duro colpo, bravissimo Ferraris, oggi mi sono dovuto ricredere ulteriormente, su come facciamo i fumetti qui in Italia dopo aver letto Il gioco dell'oca di Stefano Munarini e Mauro Ferrero, un bonellide, (ma con un altro tipo di carta),  edito da Tunuè, nella linea Le Ali, da 112 pagine in bicromia, soluzione tanto stilosa quanto poco pubblicizzata.
Se penso agli strilloni che Bonelli ha fatto per tutto quel rosso in Morgan Lost, e Tunuè che fa una cosa analoga con l'azzurrino, non lo menziona manco nel sito, e liquida il tutto con un poco indicativo B/N.

Signor Tunuè corregga subito, che proprio il fumetto di cui sopra, Il Gioco dell'oca, parla di avere fiducia nelle proprie capacità e credere in se stessi.


Ma di che parla Il gioco dell'oca?
Di scorciatoie, di incoscienza anche, di un fallimento, ma anche di una rinascita e, che bello dopo tanto oscuro revisionismo pessimista, leggere un lieto fine.
Dopo tanto Rick Veitch, non è stato affatto male imbattersi in questa leggerissima ed emozionante novella.
Jason è uno di noi, e vive la sua avventura negli anni '90, gli ultimi anni senza Facebook, anni che ora sembrano lontani come il medioevo, anni in cui il fumetto era ancora passione e non una malattia, Jason è un nerd, e fa quello che fanno tutti i nerd, alla fine della lettura di qualcosa di veramente bello, fantastica di essere lui l'autore di quella storia, Jason non si contenta più di essere un lettore, vuole essere un autore, ma vuole saltare qualche tappa, e a Jason, non manca quella incosciente intraprendenza di provare a fingersi qualcun altro, così comincia il suo peregrinaggio nelle fumetterie d' America più sperdute dove fa finta di essere ora questo o quell' autore, e firma albi e rilascia autografi, fino al giorno in cui, scoperto....
Basta, ho già svelato anche troppo di una trama semplice ed appetibile, che lascio a voi il piacere di scoprire pagina dopo pagina, mi limito a dire che l'ho divorato ed ho trovato il tratto di Mauro Ferrero assolutamente affascinante.

Lungi da me esprimere opinioni sul tratto dei disegnatori italiani, gentaccia davvero permalosa, per dare a Lauria del Mignola sono stato letteralmente lapidato sulla pubblica piazza, per esprimere commenti poco lusinghieri su Di Giandomenico o Rincione manca poco mi ritrovassi un esercito di fan inferociti fuori casa, ma a Ferrero, sperando non si incazzi anche lui, non posso non dire che ammirando le sue tavole, (bellissima la bicromia, assolutamente azzeccata, ipnotica quasi, che rende il fumetto di un taglio quasi underground, e che richiama visivamente alla mente un ventaglio di letture di altissimo livello), mi sono tornati in mente una sfilza di autori da quel tratto volutamente minimal eppure coinvolgente, Da Judge alla Satrapi passando per Mazzuchelli e Delisle, la sua mano mi ha letteralmente rapito, minimalista mai caotico, certosino e preciso nelle forme chiaro nelle illustrazioni, insomma perfetto.
Non avrei mai immaginato di divertirmi con una lettura made in italy, e chissà come mai i più bravi sono sempre quelli meno promossi, che bello sarebbe se le vendite premiassero certi stili, tanto da imporre un genere, un trend, nell'anarchico e mediocre palcoscenico italiano.
Invece come dice Moretti in Palombella Rossa, il trend italiano è negativo, e polemico.
Tanto tanto tanto polemico.
Bravo anche Munarini, 100 pagine o giù di li in cui gli eventi scandiscono un ritmo a dir poco coinvolgente, l'incipit che incuriosice, lo sviluppo che appassiona, il finale che appaga, e cosa vuoi di più da un fumetto nato in una nazione di wannabe votati alla più vuota autopromozione sui social?
E quanti applausi meriti per la microstoria del ragazzo che rubava i finali?
Ma tanti fidati! Tantissimi.
Ma bravissimi, e bravissima Tunuè, mea culpa se non sono mai andato oltre Paco Roca, se il catalogo è tutto a questi livelli, è solo per il livello medio basso del lettore, se non siete su ben altre scale sulle gerarchie della notorietà, li dove gli altri confezionano carta stampata in base ad indagini di following e condivisioni, voi avete portato nelle librerie una storia, nella tradizione della editoria classica, sana e ormai quasi del tutto estinta.
Leggete il gioco dell'oca regà.
Statemi a sentire.
Per un volta sostenete quel modo di fare fumetto in Italia che non genera imbarazzo.
Un fumetto che nasce fumetto e resta fumetto, e non si trasmuta alchemicamente in un vecchio pavone on line dalle piume arruffate e sfatte.

E grazie agli autori per questa botta d'ottimismo. C'è vita oltre la shockdom, esiste davvero l'alternativa alla rivoluzione della griglia bonelliana.
Baci ai pupi.